Parole su carta: recensione di La grammatica di Dio di Stefano Benni

Parole su carta: recensione di La grammatica di Dio di Stefano Benni

Attraverso storie e parole che si alternano tra il serio ed il faceto, Stefano Benni propone una visione del reale antica seppur attuale focalizzandosi su temi e argomenti che hanno quale perno la ricerca di senso.

photo© MariaDomenicaDepalo

I venticinque racconti affondano le loro radici nella vita quotidiana ma anche nella fantasia,  in personaggi e visioni che spesso divertono ma fanno anche riflettere.
Basti pensare al racconto Lacrime incentrato sui sogni non realizzati, sui cosiddetti lacrimoidi, così delicati e fragili ma allo stesso tempo così preziosi.
Il linguaggio ricco di parole e descrizioni consentono all’autore di creare un mondo di immagini e poesie che travalicano il reale. 

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Suggestivo nel suo sviluppo, Benni dà anche spazio all’orrore con il racconto L’orco, sottolineando quanto il buio spesso si celi in maniera insospettabile in ciò che appare innocente.

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La grammatica di Dio non è solo il titolo della raccolta ma è l’espressione usata da Frate Zitto per raccontare la sua costante  ricerca dell’impalcatura su cui si regge tutto il mondo.
Mi hanno molto divertito “Boomerang” incentrato su un amore non corrisposto tra un cane ed il suo padrone e la rivisitazione tragicomica dell’Orlando di Ariosto, “Orlando furioso d’amore (L’Orlando impelliciato)”. 
Chiuderei però con un piccolissimo estratto da “I due pescatori”:
Il vecchio sembrò di colpo immensamente triste.
Qual è il momento più felice che ricordi, vecchio?
– Oh, sono tanti – rispose il pescatore.
– Il primo che ti viene in mente.
– Tanti anni fa, in un giorno d’estate come questo, io e mio figlio andammo a pescare. Lui aveva otto anni. Camminando verso la spiaggia, incontrammo un campo di girasoli. Era sterminato, saliva su una collina come un’onda e poi la scavalcava e scendeva, tutto il mondo sembrava d’oro. Entrammo nel campo, nuotando in un mare frusciante, pieno d’odori e insetti. A ogni folata di vento, i fiori si muovevano tutti insieme, come fanno i banchi di pesci, nessuno dava l’ordine, sapevano dove andare. Un amico ci vide e perciò ho una foto di quel giorno. La guardo ogni volta che sono triste.
– Bel ricordo, – disse la morte – ma cosa c’entra con la speranza? Tuo figlio è grande ormai. Il campo di girasoli forse non esiste più. Il tuo amico è morto. E tu non sai più pescare, sei quasi cieco, non riconosci un dentice da un’orata.
– E tu non riconosci più i soldati dai bambini – disse il vecchio. […]
. – Allora, cosa speri per il tuo misero futuro, vecchio?
Il vecchio guardò lontano.
– Spero di tornare ancora, insieme a mio figlio, in quel campo di girasoli – rispose.    

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Contrariamente a quello che potrebbe apparire, i racconti di Benni si mostrano nella loro complessità ed originalità come uno strumento tramite cui cogliere stralci di una visione del reale del quale non si potrà più fare a meno.
Maria Domenica Depalo

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