Comfort food: quando il cibo diventa rifugio

Quante volte ci capita di rifugiarci nel cibo? Quante volte troviamo rifugio in una tazza di latte caldo, in una barretta di cioccolato o in una fetta di pizza? A spingerci non è la fame o almeno non solo la fame. Ad indurci a trovare conforto ed un luogo sicuro in ciò di cui ci nutriamo spesso è la necessità di allontanarci da ciò che ci attanaglia o rende pesanti e difficili le nostre giornate come una delusione, un ricordo malinconico o il desiderio di tornare ai momenti della nostra infanzia ma anche solo la volontà di rilassarci e divagare con i nostri pensieri senza una direzione specifica.

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Il cibo, carburante fondamentale per il nostro corpo e benessere, appare indissolubilmente legato alla nostra sfera emotiva che è individuale e personale ma anche relazionale. Ecco perché il comfort food non è uguale per tutti.

Two experiments support the hypotheses that comfort foods are associated with relationships and alleviate loneliness. Experiment 1 found that the consumption of comfort foods automatically activates relationship-related concepts. Experiment 2 found that comfort foods buffer against belongingness threats in people who already have positive associations with relationships (i.e., are secure in attachment style)..( Troisi JD, Gabriel S. Chicken soup really is good for the soul: “comfort food” fulfills the need to belong. Psychol Sci. 2011 Jun;22(6):747-53. doi: 10.1177/0956797611407931. Epub 2011 May 2. PMID: 21537054. – https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21537054/)

Due esperimenti supportano l’ipotesi che i cibi consolatori siano associati alle relazioni e allevino la solitudine. L’esperimento 1 ha rilevato che il consumo di cibi consolatori attiva automaticamente concetti legati alle relazioni. L’esperimento 2 ha rilevato che i cibi consolatori proteggono dalle minacce al senso di appartenenza in persone che hanno già associazioni positive con le relazioni (ovvero, che hanno uno stile di attaccamento sicuro). (traduzione del testo)

Perché preferiamo ingurgitare un pacco di patatine o una stecca di cioccolato quando siamo nervosi o pensierosi e non una mela? Semplice, le patatine o la cioccolata sono in grado di trasmetterci proprio quella sensazione di benessere e di soddisfazione che ricerchiamo dal momento che contribuiscono al rilascio della dopamina, l’ormone della felicità, del benessere e della memoria e chi più ne ha più ne metta.

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Tuttavia l’effetto di questo neurotrasmettitore è temporaneo. Ragion per cui potremmo essere indotti a consumare ancora più cibo, con conseguenze importanti ma anche pericolose per il nostro organismo e la nostra salute psico – fisica. Basti pensare ai rischi legati ad un’assimilazione eccessiva di zuccheri e grassi oltre i limiti accettabili e consentiti per il nostro corpo.

Capire perché si mangia o si consuma troppo frequentemente potrebbe essere il primo passo per un approccio più sano ed equilibrato al cibo. Rivolgersi ad un professionista, qualora il consumo dovesse manifestarsi in modo non sano ed in modo continuativo, potrebbe essere la soluzione più giusta.

Il cibo deve essere nutrimento per il corpo ma anche sostegno soprattutto nei momenti più difficili e mai un nemico.

Maria Domenica Depalo

Per saperne di più cliccate sui link:

https://www.unobravo.com/post/comfort-food-e-alimentazione-consapevole

https://www.tgcom24.mediaset.it/donne/alimentazione/comfort-food-perche-siamo-sedotti-dai-cibi-dolci-o-grassi_54833868-202202k.shtml

https://ricette.donnamoderna.com/perche-il-comfort-food-da-dipendenza-e-come-riuscire-ad-allontanarsene#2-3

https://fuoritempofuoriluogo.com/2025/09/17/food-and-mood/

https://it.wikipedia.org/wiki/Dopamina

Chirurgia estetica: tra normalità ed esagerazioni

Quanto conta apparire? Quanto conta essere? In una società in cui non sempre essere e apparire coincidono, è importante non perdere se stessi e la consapevolezza del proprio sé e della propria unicità.

Allora perché tanta omologazione e voglia di sembrare perfetti, senza difetti ma soprattutto identici a tutti gli altri? Insicurezza, paura di restare soli, senso di inadeguatezza: le ragioni possono tante.

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In questo articolo risalente a circa due anni fa e pubblicato sul mitico blog freewordsmagazine (per il quale spero di poter riprendere presto a scrivere con la mia amica nonché collega Enza), affronto il tema dell’uso e abuso della chirurgia estetica. Spero che possa piacervi. Se vi va, scrivete nei commenti cosa ne pensate: nel frattempo buona lettura.

Labbra gonfie, zigomi prominenti, sopracciglia perfette e, dulcis in fundo, pelle liscia come quella di un bambino appena nato. Cosa non si fa per essere belle o belli! Amici lettori, oggi parliamo di chirurgia estetica che ormai abbraccia indifferentemente sia uomini che donne.

Attrici ed attori, modelle e modelli ma anche sempre più persone comuni decidono di fare ricorso al bisturi per correggere difetti e difettucci. In alcuni casi i risultati sono piacevoli ma in altri possono essere alquanto inquietanti.

Perché una persona decide di rivolgersi ad un medico per modificare in maniera così radicale i propri lineamenti e connotati fisici? Cosa spinge una persona a mutare in modo così forte il proprio apparire?

Rivolgersi ad un chirurgo estetico, in generale, è sintomo di un disagio che si cela nel profondo ed è legato al contrasto tra l’interno e l’esterno. La non accettazione del proprio sé è sicuramente la ragione primaria del ricorso a questa branca della medicina.

Decidere di migliorarsi pertanto è più che legittimo e giusto visto che, purtroppo, il come appariamo spesso può incidere su ciò che siamo e sul rapporto con gli altri. É un contrasto-scontro che ci può fare sentire deboli e fragili.

Tuttavia ci dev’essere un limite. Esagerare infatti vuol dire snaturare se stessi. Le modifiche esteriori infatti possono incidere profondamente sulla nostra interiorità in maniera positiva ma anche in maniera negativa.

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Talvolta, infatti, la differenza tra ciò che percepiamo della nostra persona e ciò che appare agli altri (o ciò che crediamo appaia agli altri) è talmente forte da limitare persino qualsiasi capacità di relazione con il prossimo.

“La ricerca della perfezione, la bellezza a tutti i costi sono solo due degli aspetti preoccupanti legati all’estetica.
Accettarsi così come si è, è sempre più difficile. Ed è proprio questa costante insoddisfazione che porta le persone ad affollarsi nelle sale di attesa dei chirurghi plastici. Troppo spesso ci dimentichiamo che gli interventi estetici sono delle vere e proprie operazioni chirurgiche che possono avere anche effetti negativi. Eppure nonostante i rischi sempre più adolescenti chiedono come regalo di compleanno un “ritocchino”, sempre più donne over 50 sviluppano una vera e propria ossessione nei confronti dei rimedi chirurgici contro l’invecchiamento. E ad incrementare questo fenomeno ci pensano anche gli uomini, sempre più attenti all’aspetto e dipendenti dalla ricerca una perfezione fisica”. (cit. da http://www.studioafis.it/chirurgia-plastica-e-psicologia/)

La tendenza alla perfezione fisica ha portato l’Italia ai primi posti nel mondo per il ricorso alla chirurgia plastica. Siamo ben settimi nella classifica per numerosità di interventi o trattamenti a base di botulino e altre punturine.

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“Nel 2013 la fetta più grande di persone che sono ricorse alla chirurgia estetica nel mondo si è rifatta il seno, oltre 1.700.000 interventi in un solo anno, e a breve distanza troviamo le operazioni di liposuzione e alle palpebre. All’ultimo posto della classifica gli interventi di allungamento del pene, che hanno interessato 15.414 uomini, ma il dato forse più imprevedibile è che al mondo nel 2013 ci sono stati più interventi di vaginoplastica che trapianti di capelli”. (cit. da https://www.wired.it/lifestyle/salute/2014/08/19/chirurgia-estetica-gli-italiani-al-7mo-posto-nel-mondo/)

Tutto questo ricorrere ideali impossibili o i lineamenti di una gioventù lontana dovrebbe farci riflettere su una cosa: la bellezza delle nostre imperfezioni. Esse rappresentano la nostra storia trascritta sulla pelle. Cancellarle in maniera così radicale corrisponde a cancellare chi siamo ed è un peccato.

Per curiosità cliccate su:

http://www.studioafis.it/chirurgia-plastica-e-psicologia/

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/10/20/chirurgia-estetica-tra-normalita-ed-esagerazioni/2/

Maria Domenica Depalo

Regressione antropologica

Regressione antropologica

L’uomo sta perdendo la mente e anche l’anima, e quindi si riduce a corpo, a muscoli che gli consentono di svolgere le mansioni dell’Homo faber, che corre, consuma sesso, mangia e usa le mani: un tempo per lavorare, adesso per gli hobby.
Si tratta di una profonda regressione antropologica, non soltanto di un effetto secondario del progresso .
Se cadono non solo le facoltà ideative, ma anche i desideri, il piacere di sapere, tutto riporta al fare come segno di essere. Non più il《cogito ergo sum》, ma 《faccio dunque non sono morto》.

Vittorino Andreoli

Le parole del professore Vittorino Andreoli, a partire dal titolo stesso, ci portano ad una riflessione che abbraccia due sfere: quella dell’essere e quella dell’azione come strumento di affermazione dell’essere stesso.

Chi siamo? Siamo ciò che siamo per quello che ci caratterizza e ci determina anche e soprattutto attraverso il pensiero oppure acquistiamo senso solo da ciò che facciamo? È soltanto il fare segno del nostro essere ed esistere?

Cartesio legava il pensiero all’autoconsapevolezza e all’affermazione di sé. “Cogito ergo sum”: penso quindi sono. Senza pensiero non c’è essenza e senza logos non vi è spazio per l’essere.

Pensiero e azione d’altronde non vanno disgiunti, anzi, la loro interazione contribuisce alla costruzione della nostra individualità e singolarità. Quindi il fare inteso come azione porta all’autoaffermazione che non va assolutamente demonizzato. Essere “impegnati” attivamente dà senso e significato anche al nostro esistere. Ma siamo solo le attività che svolgiamo oppure qualcosa di più?

A colpire maggiormente è sicuramente l’espressione regressione antropologica. Essa rimanda infatti ad un’idea di società contemporanea nella quale “chi meglio fa o più produce” ha più successo e vale di più agli occhi degli altri ed anche ai propri occhi.

Analizziamo un attimo queste parole L’uomo sta perdendo la mente e anche l’anima, e quindi si riduce a corpo, a muscoli che gli consentono di svolgere le mansioni dell’Homo faber, che corre, consuma sesso, mangia e usa le mani: un tempo per lavorare, adesso per gli hobby.Si tratta di una profonda regressione antropologica, non soltanto di un effetto secondario del progresso.

Cosa stiamo rischiando come esseri umani?

Maria Domenica Depalo

Brainstorming: come affrontare la tempesta di idee

“Ragazzi, alla luce del vostro attuale andamento scolastico, oggi cercheremo di rispondere tutti ad una domanda apparentemente semplice: come possiamo migliorare il nostro approccio allo studio? Proposte, innovazioni e considerazioni saranno tutte ben accette“.
Idee, idee ed ancora idee. Vi capita mai di non averne solo una ma tantissime e tutte diverse per quanto potenzialmente valide per risolvere un quesito o un problema come quello appena posto? Come fare ad affrontare questo tornado di pensieri e ragionamenti in modo da ottenere una risoluzione quanto più fruttuosa possibile?
Esatto, avete capito bene: stiamo parlando di brainstorming.

La parola brainstorming che, letteralmente vuole dire “tempesta di cervelli” o meglio “raccolta di idee”, è una tecnica che permette di generare molte idee e numerose soluzioni e che quindi presuppone la capacità di stimolare la creatività individuale e di gruppo. Usato in moltissimi ambiti come quello scolastico, educativo e lavorativo, può risultare fondamentale per poter fronteggiare problemi di una certa complessità.

Ad idearla fu il pubblicitario americano “Alex Faickney Osborn” nel suo lavoro “Applied Imagination” (1953).
Si tratta di “una tecnica di problem solving che è in grado di stimolare la creatività nel singolo e nel gruppo. Consiste in una discussione creativa e mirata su un argomento in cui intervengono i membri del team. Tale discussione è moderata da un coordinatore che ha lo scopo di permettere a tutti di proporre le proprie idee senza censura e senza paura della critica”. (confronta https://www.melarossa.it/salute/psicologia/brainstorming/)

Immaginazione e creatività ma soprattutto assenza di  giudizio o pregiudizio sono solo alcune delle caratteristiche di questa modalità di approccio ai problemi.
Il brainstorming è legato al pensiero divertente (leggi  https://fuoritempofuoriluogo.com/2025/02/15/pensiero-divergente-e-convergente/ ) e quindi alla capacità di usarlo in maniera inusuale ed atipico, per quanto la componente convergente e razionale risulti comunque essenziale.
Ma come funziona esattamente?

1. Il coordinatore propone un problema su cui porre l’attenzione e da risolvere. 
2. Tutti propongono idee e possibili soluzioni che vengono annotate su fogli, lavagna o qualsiasi altro dispositivo senza che vi siano considerazioni o valutazioni positive o negative da parte del coordinatore e degli altri partecipanti.
3. Una volta conclusa questa fase ci si concentra su ciò che appare più adatto alla risoluzione del problema posto. Ampio spazio viene quindi dato al confronto.
4. È finalmente giunto il momento di tirare le somme e di ricapitolare la situazione attraverso la riproposizione delle possibili soluzioni proposte.
Finalmente si può continuare con le attività ed i progetti correlati.
(Confronta con https://insegnare.zanichelli.it/tecniche-didattiche/brainstorming/)
Il brainstorming viene usato in moltissimi ambiti, dalla scuola alle aziende e quindi può risultare decisamente utile in tal senso. Quindi, qualora vi fosse una situazione o un problema da affrontare, mettiamo per iscritto tutte le possibili soluzioni per poi, dopo attenta disanima, optare per quella più originale ma al contempo più adatta alla nostra situazione.

Link:
Osborn, A. F. (1953). *Applied Imagination: Principles and Procedures of Creative Thinking*. Scribner
https://en.wikipedia.org/wiki/Brainstorming

https://fuoritempofuoriluogo.com/2025/02/15/pensiero-divergente-e-convergente/

https://www.melarossa.it/salute/psicologia/brainstorming/

https://insegnare.zanichelli.it/tecniche-didattiche/brainstorming/

Maria Domenica Depalo

Stanchezza mentale: sintomi e possibili rimedi

Può capitare a tutti di attraversare dei momenti no, momenti in cui tutto sembra travolgerci e schiacciarci con un peso inaspettato ma soprattutto difficile da sostenere.

Sogni e desideri non hanno più spazio mentre acquista un ruolo sempre più preponderante un vero e proprio mostro pronto spegnere ogni nostro entusiasmo. Si chiama stanchezza mentale.

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Parliamo di una condizione purtroppo sempre più diffusa nella vita contemporanea, visti i ritmi frenetici a cui siamo sottoposti quotidianamente. Si tratta di un sovraccarico psicologico che va ad incidere profondamente sulla componente psicologica dell’individuo e quindi, di conseguenza, anche su quella fisica. Va affrontata per tempo soprattutto per salvaguardare il proprio benessere mentale ma anche per salvaguardare la propria rete di relazioni socio- affettive.

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Le costanti richieste di prestazioni di tipo mentale, la pressione e lo stress cui veniamo sottoposti costantemente sono solo alcune delle cause della stanchezza mentale. Purtroppo riposare o dormire non basta. Infatti nonostante le nostre ore di sonno ci sentiamo ancora confusi, svuotati e stanchi.

Cerchiamo allora di capire quali potrebbero essere le cause più comuni e diffuse di una condizione capace di incidere negativamente sulla nostra vita.

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Tra le cause più note ed evidenti non possiamo non menzionare:

  • un carico di lavoro difficile da sostenere (questo vale anche per chi studia ovviamente);
  • ansia e stress;
  • problematiche di tipo personale o familiare;
  • mancanza di tempo da dedicare a sé stessi e al proprio recupero emotivo e fisico;
  • la perdita della motivazione e dell’interesse per ogni tipo di attività.

In apparenza simili, si tende ad identificare la stanchezza mentale con la depressione. Pur potendo incidere sul loro reciproco manifestarsi, non sono la stessa cosa dal momento che la depressione è una patologia che va affrontata solo dagli specialisti e nelle sedi più adeguate. Tuttavia, quando la mente è affaticata da molto tempo, perde interesse e motivazione e l’umore tende a peggiorare contribuendo allo sviluppo di un senso di inutilità e di pessimismo difficile da contrastare. Questo induce a pensare ad una possibile identificazione con le caratteristiche degli stati depressivi. C’è infatti il rischio di uno sviluppo di tale patologia psichiatrica soprattutto quando ci si sente soli, senza speranze e prospettive e sotto pressione.

È necessario pertanto ascoltare sé stessi e tutti i possibili segnali.

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Uno degli aspetti più delicati della stanchezza mentale riguarda il modo in cui essa influisce sulle relazioni sociali. Infatti chi è stanco mentalmente tende ad isolarsi dagli altri e a non comunicare ciò che sente. Tuttavia non riuscire a relazionarsi rende ancora più difficile uscire dal proprio stato di isolamento e di solitudine. Questo circolo vizioso non fa che esasperare il proprio disagio.

In caso di isolamento protratto per troppo tempo o del persistere di emozioni talmente negative da incidere sulla nostra autostima è il caso di intervenire anche chiedendo un supporto da parte di chi sia disposto ad ascoltarci e ad aiutarci. Ricordiamoci che trascurare la stanchezza mentale può diventare anche estremamente rischioso per la nostra vita ed il nostro benessere.

Ritroviamo e riscopriamo chi siamo riconnettendoci prima di tutto con noi stessi. Solo in questo modo riusciremo a salvare il nostro “esserci” ed il nostro “vivere” anche con gli altri.

Per saperne di più:

https://www.alessiasantoro.it/stress-stanchezza-mentale-psicoterapia-milano/

https://www.riza.it/psicologia/depressione/4654/depressione-quando-e-un-problema-di-energia.html?srsltid=AfmBOoqwMaY0YkpGGtDcWEW7YkrAHPepRwqZ_78NKVKVzNyMu_pVIZC4

Maria Domenica Depalo

P.S. L’unico intento dell’articolo è quello informativo-divulgativo. Per ogni dubbio o problematica, bisogna rivolgersi SOLO ED ESCLUSIVAMENTE a personale medico specializzato.


Oniomania o dipendenza dallo shopping

Dite la verità: anche voi passate ore ed ore in negozio o peggio sulle varie app a disposizione per dedicarvi allo shopping matto e disperatissimo?

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Anche voi difficilmente resistete alle borse e alle scarpe? Per non parlare dei libri che praticamente infiniti abitano a casa di noi bibliofili e che continuano ad aumentare di numero nonostante il proposito di controllare l’impulso ad acquistarne? Non preoccupatevi: è tutto normale.

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Ma cosa accade però quando la passione per lo shopping diventa un vero e proprio disagio psicologico, quando cominciamo ad comprare senza pensare se effettivamente ci serva quello che stiamo per acquistare perdendo letteralmente il controllo su ciò facciamo.
In tal caso parliamo di una dipendenza che  può celare delle mancanze profonde e che può portare ad incidere in modo negativo sulla propria esistenza nonché sulla vita di relazione oltre che sui risparmi.

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Questa dipendenza da shopping viene descritta agli inizi del ‘900 dallo psichiatra tedesco Emil Kraepelin che le attribuisce il nome  “oniomania”, dal greco onios, vendita e mania, fissazione.
Questo significa che ciò che acquistiamo non è solo un oggetto o un oggetto in sé ma qualcosa di più. La maglietta, le scarpe o la cover acquistano infatti un significato nuovo e rassicurante tale da compensare il proprio vuoto interiore o calmare un’ansia che altrimenti continuerebbe a perdurare.

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Sulla base dell’approccio psicodinamico, il comportamento compulsivo ha una funzione difensiva, serve a tenere lontano un conflitto interno, un dolore importante e una paura. Lo shopping, in questi casi, diventa un modo per anestetizzare emozioni scomode (https://www.psicologodibase.com/psicologia-e-territorio/384-come-smettere-di-comprare-compulsivamente.html) .

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Questo disagio che sembra colpire soprattutto le donne tra i 35 e i 40 anni, sembra mostrare i primi segnali in età adolescenziale.
Le cause alla base di questa mania possono essere molteplici, come ad esempio:
l’ansia patologica;
i disturbi dell’umore;
una bassa autostima;
disturbi del comportamento alimentare;
stati depressivi nonché ossessivo- compulsivi.

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Una volta identificato il problema, l’unica cosa da fare è ricorrere ad uno psicologo o ad uno psichiatra in grado di porre in atto terapie finalizzate a ridurre la coazione all’acquisto.
Esse possono portare ad una maggiore consapevolezza di sé e quindi conseguentemente all’apprendimento di tecniche in grado di combattere l’ansia e di controllare l’impulso di acquistare.
Per saperne di più cliccate sui link ma soprattutto rivolgetevi a professionisti seri e competenti.


Link: https://www.psicologodibase.com/psicologia-e-territorio/384-come-smettere-di-comprare-compulsivamente.html

https://psicoterapiascientifica.it/shopping-compulsivo-oniomania/

https://www.unobravo.com/post/oniomania-lo-shopping-compulsivo

Maria Domenica Depalo

Food and mood

Food and Mood

Per l’argomento di questo mese devo ringraziare un video della BBC che mi ha letteralmente ispirata. In questo video i due speaker parlano infatti del legame tra cibo (food) ed umore (mood) ed è proprio questo il tema dal quale partiremo per la nostra riflessione.

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In realtà già alla fine del diciannovesimo secolo gli studiosi William James e Carl Lange avevano ipotizzato un legame stretto ed imprescindibile tra il nostro cervello e le nostre viscere mostrando, se pur ancora in modo implicito, il legame tra emozioni forti ed intense, quali possono essere la rabbia e l’ansia ed il nostro apparato gastro-intestinale.

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Numerosi studi attuali sembrano confermare infatti questo strettissimo legame tra il nostro  benessere mentale ed il cibo che assumiamo tutti i giorni.
D’altronde noi non siamo organismi autotrofi, come le piante, e quindi per reperire l’energia che ci serve dobbiamo nutrirci. Tuttavia, cosa succede quando viene ad instaurarsi un legame sbagliato tra il nostro stato d’animo ed il cibo?

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Senza entrare nello specifico dei DCA (disturbi del comportamento alimentare), basti pensare a cosa succede quando siamo tristi, in ansia o persino fin troppo felici. Ci ritroviamo a mangiare fin troppo o addirittura nulla con importanti e spesso pericolose conseguenze sulla nostra salute.
Attenzione, ognuno di noi ha un comfort food e può capitare che talvolta ci si abbuffi per una delusione oppure che non si mangi per tristezza. Questo però non deve diventare un’abitudine ossessiva.

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Lo diventa però quando tutto questo sottintende un senso di smarrimento generale, un senso di vuoto e di inadeguatezza che va assolutamente colmato.
In che modo? Intanto guardandosi dentro ed imparando ad accettare le proprie fragilità e debolezze e rivolgendosi anche ad un professionista in casi più gravi.

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La consapevolezza di sé tuttavia è il primo passo per migliorare il proprio rapporto con ciò che si mangia e vivere al meglio la relazione tra il cibo, noi stessi e chi ci circonda.
Anche coltivare sogni e cercare stimoli nuovi può aiutare a sviluppare una relazione più sana tra il cibo e chi siamo.
Porsi degli obiettivi, guardare con maggiore ottimismo verso il futuro, non essere soli può influenzare ciò che sentiamo dentro e quindi, conseguentemente il nostro legame con il cibo.

restaurant
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D’altronde osservare il modo in cui ci approcciamo ad esso e capire come ci sentiamo in quel momento può essere l’inizio di un nuovo modo di rivedere la nostra vita.
Maria Domenica Depalo
Per saperne di più:   https://www.menshealth.com/it/salute/benessere-psicofisico/a60801300/cibo-emozioni-relazione-alimentazione-umore/

https://www.fitosofia.com/cibo-umore-migliore/

https://fuoritempofuoriluogo.com/2019/09/09/il-cibo-come-strumento-di-relazione/

https://youtu.be/fG7dJ6A3l7w?si=JqO0i-iBVmM44VrF

Chi sta salvando il mondo?

Chi sta salvando il mondo?

«Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire. Chi è contento che sulla terra esista la musica. Chi scopre con piacere una etimologia. Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi. Il ceramista che premedita un colore e una forma. Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace. Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto. Chi accarezza un animale addormentato. Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto. Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.»

(Jorge Luis Borges – I giusti)

Jorge Luis Borges (fonte immagine: Wikipedia)

Credo che le parole di Borges siano sufficientemente esaustive e che non sia necessario parafrasarne il pensiero.        Tuttavia esse meritano una riflessione: stiamo davvero salvando il mondo oppure, chiusi nel nostro individualismo ed egoismo, semplicemente ignoriamo l’altro?

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In che misura la nostra persona, nella relazione con sé stessa e con gli altri, incide sullo scorrere dell’esistenza altrui e della salvezza della realtà che condivide?

Credete (crediamo) davvero che la nostra stessa persona possa influenzare la vita altrui salvandola? Oppure è solo un’illusione?

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Cosa ci salverà? La presenza reale oppure l’assenza camuffata da ipocrita attenzione?

I tipi umani mostrati dal filosofo argentino sono una rappresentazione di una chiusura nel proprio mondo personale oppure una manifestazione di una forma di rispetto che è accettazione dell’altro e del suo esistere? “Ignorare” il prossimo nella sua diversità può essere un modo per salvare tutti noi?

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Cosa ne pensate? Scrivetelo nei commenti.

Maria Domenica Depalo

Tempo per sé

Tempo per sé

Dedicare del tempo a sé stessi diventa ogni giorno più difficile. Casa, lavoro, figli, aspettative, orari, appuntamenti sembrano susseguirsi incessantemente e velocemente senza volerci fare prendere fiato.

Eppure tempo per noi c’è…dicono. In realtà dobbiamo combattere giorno per giorno per riuscire a ritagliarci quei minuti ed attimi preziosi che meritiamo e a cui abbiamo diritto ma di cui spesso ci dimentichiamo.

Dedicare le giuste e dovute attenzioni alla nostra persona sembra davvero difficile ma abbiamo il dovere sacrosanto ed imprescindibile di farlo.

Dedicandoci del tempo che sia fruttuoso, ricco ed efficace potremo ottenere ciò che ci spetta e quindi anche relazionarci con gli altri in maniera giusta e sana.

Diciamoci la verità: spesso e volentieri ci sentiamo sopraffatti e schiacciati da mansioni e compiti necessari ma di cui faremmo volentieri a meno. Quante volte vorremmo buttare tutto all’aria e fuggire, trasferendoci in un’altra località e quante volte guardiamo con invidia in direzione di chi, apparentemente, sembra non avere alcun problema o pensiero.

Ricordate: già gli antichi Romani distinguevano il negotium dall’otium, vale a dire l’operosità e l’impegno, anche e soprattutto politico, da una forma di ozio che non andava identificato con il “dolce far niente” ma con una pausa che era intellettuale e mentale, un intervallo dagli impegni finalizzata a ritemprare il proprio spirito per ricominciare più carichi che mai.

Ovviamente l’otium era una prerogativa esclusiva per i nobili e patrizi. Ai plebei ed agli schiavi tale momento era precluso.

Noi però non siamo né schiavi né plebei e  quindi  possiamo e dobbiamo destinare alla nostra persona i giusti tempi e spazi. Ma cosa potremmo fare?

Ecco alcuni suggerimenti:

-fare delle passeggiate nel parco o sulla spiaggia, tempo permettendo;

-uscire con gli amici o parlare con loro al telefono se non vi piace interagire di persona con il prossimo;

-ascoltare la musica o suonare uno strumento (dovete chiaramente essere in grado di trovare il tempo se vi appassiona la musica);

-leggere un libro;

-FARE QUELLO CHE CI PARE.

E voi in che modo vi dedicate a voi stessi, cercando di sfuggire al tram tram quotidiano?

Scrivetelo nei commenti.

Maria Domenica Depalo

L’inganno dell’adulatore

L’inganno dell’adulatore

Non c’è niente di più ignobile di un adulatore. Perché? Perché davanti a lui si è indifesi. Non si può accondiscendere senza essere ridicoli a ciò che blatera in vostro favore, ma non si può nemmeno redarguirlo e voltargli le spalle. Ci si comporta scioccamente come se si fosse contenti delle sue esagerazioni. Lui crede di avervi messo nel sacco, e assapora la sua vittoria senza che possiate disingannarlo. Che cosa ignobile!

EMIL CIORAN, Quaderni, 1957/72 (postumo).

Le parole di Cioran ci inducono a riflettere sull’inganno dell’adulazione. Quanto pesano sulla nostra individualità quelle parole che nascono solo per prenderci in giro, parole vacue perché adornate di un significanza vuota e falsa?

Vi è mai capitato di imbattervi in una persona che ha cercato di “comprarvi” con falsi complimenti?

Come vi relazionate con gli adulatori? Quanto vi influenzano?

Link:

https://www.libriantichionline.com/divagazioni/emil_cioran_ignobile_adulatore