“Ma che ridere!”

“Ma che ridere!”

Una delle modalità espressive più belle, incisive, dirette ma talvolta anche più incomprensibili è sicuramente la risata. Difficilmente controllabile, essa si caratterizza quale una delle forme più immediate mediante cui comunicare con i propri simili. Ridere è contagioso, coinvolgente, opportuno ma anche inopportuno. Si ride quando si è allegri e felici ma si può ridere anche quando si è tristi; si ride in occasione di festa ma anche per sdrammatizzare in situazioni difficili. Ridere non è soltanto una prerogativa umana: anche alcune specie ne sono capaci.

Donna, Risate, Bouquet Di Fiori, Felice, Femminile
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La risata può nascere anche nella tragedia: d’altronde può capitare di scoppiare a ridere quando si assiste a qualche capitombolo oppure durante un funerale soprattutto se si è in presenza dell’inconsapevole sparabattute.

Le origini della risata sembrano risalire a più di quattro milioni di anni fa. Secondo il biologo evolutivo Matthew Gervais le scimmie cominciarono a ridere 4 milioni di anni fa, più o meno nel periodo in cui si misero a camminare in posizione eretta. E le due cose sono strettamente legate. Il passaggio dalle quattro zampe alla condizione di bipedi fu arduo. Gli scimmioni che ci provavano, barcollavano, scivolavano, inciampavano, ruzzolavano. E i loro colleghi, osservando i buffi tentativi, scoppiavano a ridere. Capivano che quei movimenti erano importanti per il futuro della specie. (tratto da https://www.lastampa.it/cultura/2006/05/07/news/e-la-risata-creo-l-uomo-1.37156121 )

Scimmia, Natura, Animale, Jungle, Carino, Bambino
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Ognuno di noi ha un suo modo personalissimo di ridere che lo distingue dagli altri. Infatti , per quanto i dodici muscoli legati alla risata siano gli stessi, in realtà il viso presenta più di trenta muscoli che permettono di costruire tutta una serie di sfumature che contribuiscono a dare un tocco personale al proprio ridere. (per saperne di più cliccate qui: https://www.focus.it/scienza/salute/quanti-muscoli-si-contraggono-quando-sorridiamo ).

Babe, Sorriso, Neonato, Bambino Piccolo, Ragazzo
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Ridere unisce e non divide, permette di rendere più saldi i rapporti nel gruppo umano (e non solo) ma soprattutto aiuta a superare difficoltà e problemi guardando ad essi con maggiore distensione. Tuttavia, per quanto la risata si caratterizzi come uno dei caratteri umani più personalizzanti ed aggreganti, c’è chi ha visto, se pur solo al modo della finzione letteraria, nell’atto di ridere qualcosa di nefasto come padre Jorge. In “Il nome della rosa” di Umberto Eco egli vede nella risata qualcosa di apocalittico, negativo e demoniaco tanto da provocare l’incendio dell’abbazia nel tentativo di distruggere il secondo libro della Poetica del filosofo Aristotele.

Persone, Uomini, Fuoco, Fiamma, Campeggio, Rocce
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Che valore ha per voi la risata? Quando avete riso per l’ultima volta?

Per sapere qualcosa in più su questo argomento, cliccate su questi link:

http://www.accademiadellarisata.it/ricerca.asp

https://www.lastampa.it/cultura/2006/05/07/news/e-la-risata-creo-l-uomo-1.37156121

https://www.focus.it/scienza/salute/quanti-muscoli-si-contraggono-quando-sorridiamo

Maria Domenica Depalo

Psychology and surroundings: the narcissist

Psychology and surroundings: the narcissist

Astonished fixes himself and without being able to detach his eyes it remains as unethy as a marble-carved statue of Paro. Lying on the ground, he contemplates those two stars that are his eyes, bacchus-worthy hair, worthy even of Apollo, and smooth cheeks, ivory neck, beauty of the mouth, the soft pink on the white niveo, and all he admires is what makes him wonderful(from vv. 418- 424, Metamorfosi di Ovidio)

Taken from the Metamorphosis, these extraordinary verses tell about the hunter Narcissus who, after rejecting the love of the nymph Eco, was condemned to love himself to the death. Aware of his beauty, in love with himself, he isn’t able to have the object of his love and condemns himself to desperation even in the underworld.                          

Why are we talking about him? We are talking about him because he represents the model of a dangerous type of person you have to avoid. Those who love themselves in a correct way are able to love the people around, respecting them in their individuality, feelings and characteristic beauty: therefore they are able to build healthy relationships based on respect for the others. But there are also those who love themselves in a way that is not only selfish or self-referential but can become extremely harmful: they are the narcissists.

In this person there aren’t those feelings of empathy and affinity that allow us to understand what the people feel. The narcissist in particular seems careless of those around him who indeed become mere instrument of the worship of his own person and his prerogatives.

But what could be the roots of this way of being? Surely at the base there is that feeling of insecurity and inner fragility as a result of which one is constantly looking for confirmation from outside. However, when the other becomes only an object thanks to which he can confirm only one’s individuality, then the prospects change.

The narcissist believes that he is a “unique” and incredible individual for beauty, talents or ability so much that he claims to be admired by others. In fact, he is convinced that he has such a value as to justify his centrality and importance in his circle of knowledge that thus become the way in which to allow his self-referentiality to be expressed.

Everyone and everything exist only because it must help his self-expression, without remorse toward feelings or expectations of the others. He doesn’t feel empathy: however, he is able to fake it by creating relationships of addiction of which he is director.

It is not easy to deal with an individual of this kind who is also prey to jealousies and envies, and it is not even easy, once one has become aware of one’s own way of being, to get out of this status.

Narcissism has a share of charm from which it is difficult to get rid of it and therefore the first advice that can be given to those who suffer from it is to acknowledge that it is not a healthy self-love but a pathological distortion of relational reality. The narcissist establishes logorous relationships of addiction and often of hatred/love with others (and basically with the false image he wants to give of himself…) and can never show himself as he really is, with the fragile sides that everyone has. If you realize that you have unlimited success fantasies, if you often feel if not always the best, if you request admiration to the point of manipulating others to get it but can not identify with them, you probably already suffer from it. Getting help as soon as possible is a sign of intelligence as well as true self-love.” (taken from https://www.riza.it/psicologia/tu/4021/nella-gabbia-del-narcisismo.html)

To learn more, click on these links:

https://www.riza.it/psicologia/tu/4021/nella-gabbia-del-narcisismo.html

https://www.riza.it/psicologia/tu/6828/egoismo-e-narcisismo-non-simili-ma-opposti.html

http://www.benessere.com/psicologia/emozioni/narcisismo.htm

http://lnx.mthi.it/wp-content/uploads/2015/04/Testi-Mythos_incontro-Narciso.pdf

P.S. The images are taken from pixabay.com

Maria Domenica Depalo

Psicologia e dintorni: il narcisista

Psicologia e dintorni: il narcisista

“Attonito fissa se stesso e senza riuscire a staccarne gli occhi rimane impietrito come una statua scolpita in marmo di Paro. Disteso a terra, contempla quelle due stelle che sono i suoi occhi, i capelli degni di Bacco, degni persino di Apollo, e le guance lisce, il collo d’avorio, la bellezza della bocca, il rosa soffuso sul niveo candore, e tutto quanto ammira è ciò che rende lui meraviglioso” (vv. 418- 424, Metamorfosi di Ovidio)

Tratti dalle Metamorfosi, questi versi straordinari narrano del cacciatore Narciso che, dopo aver rifiutato l’amore della ninfa Eco, fu condannato ad amare se stesso fino alla morte. Consapevole della sua bellezza, la insegue senza poterla raggiungere; innamorato di se stesso, cerca di toccare se stesso attraverso quel riflesso d’acqua nel quale si specchia senza poterci riuscire però. Ed è questa la causa principale del suo tormento:  desiderare se stesso senza potersi avere e condannandosi alla stessa pena anche nel mondo degli inferi.                             

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Chi ama se stesso è anche in grado di amare chi lo circonda, rispettandolo nella sua individualità, nei suoi sentimenti e nella sua bellezza intrinseca e caratteristica: è in grado quindi di costruire relazioni sane basate sul rispetto del prossimo. Tuttavia c’è anche chi ama se stesso in un modo che non è solo egoistico o autoreferenziale ma può diventare estremamente dannoso: parliamo del narcisista.

In questa persona sembrano mancare quei sentimenti di empatia e di affinità che permettono di cogliere l’altro per quello che è, cioè come quell’insieme di emozioni e sentimenti importanti esattamente come i suoi. Il narcisista in particolare appare incurante di chi lo circonda che anzi diventa mero strumento del culto della propria persona e delle proprie prerogative.

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Ma quali potrebbero essere le radici di questo modo di essere? Sicuramente alla base vi è quel sentimento di insicurezza e di fragilità interiore a causa del quale si è alla costante ricerca di conferme dall’esterno. L’altro diventa lo specchio nel quale ci si riflette e con cui si coglie quell’immagine a cui tendiamo e che vorremmo che fosse sempre di perfezione o almeno corrispondente al disegno che abbiamo costruito. Tuttavia quando l’altro diventa solo un oggetto grazie al quale poter affermare soltanto la propria individualità, allora le prospettive cambiano.

Il narcisista ritiene di essere un individuo “unico” ed incredibile per bellezza, talenti o capacità tanto da pretendere di essere ammirato dagli altri. Egli è convinto infatti di essere in possesso di un valore tale da giustificare la sua centralità ed importanza nella sua cerchia di conoscenze che diventano così il modo mediante il quale lasciar esprimere la propria autoreferenzialità.

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Convinto che tutto debba essere finalizzato all’espressione di sé, usa consapevolmente e senza rimorso il prossimo, incurante dei suoi sentimenti o delle sue aspettative. Non prova empatia: è però in grado di fingerla creando dei rapporti di dipendenza dei quali egli è regista.

Non è facile avere a che fare con un individuo di questo tipo facile preda anche di gelosie ed invidie e non è neppure semplice, una volta presa consapevolezza del proprio modo di essere, uscire da questo status.

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“Il narcisismo possiede una quota di fascino dalla quale è difficile liberarsi e quindi il primo consiglio che è possibile dare a chi ne soffre è quello di prendere atto che non si tratta di un sano amor proprio ma di una patologica distorsione della realtà relazionale. Il narcisista stabilisce rapporti logoranti di dipendenza e spesso di odio/amore con gli altri (e in fondo con l’immagine falsa che vuole dare di sé…) e non può mai mostrarsi com’è veramente, con i lati fragili che tutti hanno. Se ti accorgi che hai fantasie di successo illimitato, se ti senti spesso se non sempre il migliore, se richiedi ammirazione al punto da manipolare gli altri per ottenerla ma non riesci a immedesimarti in loro, probabilmente ne soffri già. Farti aiutare il prima possibile è segno di intelligenza oltre che di vero amor proprio”.(tratto da https://www.riza.it/psicologia/tu/4021/nella-gabbia-del-narcisismo.html  )

Per saperne di più, cliccate su questi link:

https://www.riza.it/psicologia/tu/4021/nella-gabbia-del-narcisismo.html

https://www.riza.it/psicologia/tu/6828/egoismo-e-narcisismo-non-simili-ma-opposti.html

http://www.benessere.com/psicologia/emozioni/narcisismo.htm

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Maria Domenica Depalo

La matematica dell’amore

La matematica dell’amore

Esiste un modello matematico completo e sufficientemente esaustivo, insomma perfetto, in grado di far incontrare due persone? Quale algoritmo potrebbe sostituire le sensazioni del primo incontro e la corrispondenza d’amorosi sensi? Ebbene sì, parliamo di matematica.

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Comunemente ritenuta materia fredda ed iperdisciplinata, essa viene applicata anche alla sfera emotiva per eccellenza, cioè quella dell’amore. Del resto numerosissime sono ormai le app ed i siti di incontro che la sfruttano per aiutare gli utenti a trovare l’anima gemella.

Già nel 1966, presso la Brown University, venne concepito Operation match, un esperimento sociale consistente nella somministrazione di test e questionari allo scopo di aiutare i partecipanti a trovare il partner giusto. Vennero elaborati ben 90.000 profili grazie alle domande e alle risposte fornite da aspiranti fidanzate e fidanzati. L’idea di Jeff Tarr, padre di questo esperimento, era innovativa per quegli anni: usare la matematica come novello Cupido per trovare l’amore.

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Ma davvero le risposte a domande sul nostro quotidiano, sulle serie tv più viste, sulla pietanza più amata o sull’animale domestico preferito bastano? L’analisi degli stili di vita ed i test della personalità sono sufficienti? Sicuramente aiutano ma possono calcoli ed ipotesi matematiche sostituire il primo scambio di sguardi, le farfalle nello stomaco, il balbettio imbarazzante delle prime parole e le mani sudaticce? Vogliamo davvero sostituire l’inaspettato e l’imprevisto con la certezza dei numeri e delle percentuali?

C’è chi risponde affermativamente e si affida fiducioso alla logica, mettendo in secondo piano le emozioni e le sensazioni. D’altro canto più precisi siamo nel fornire informazioni all’algoritmo, maggiori sembrano le possibilità di incontrare la persona giusta tramite test. La matematica parla chiaro. Potrebbe essere finalmente la soluzione giusta per i cuori infranti ma attenzione perché l’imbroglio potrebbe essere dietro l’angolo. Il rischio infatti è quello di imbattersi in una grande menzogna. È possibile infatti falsificare i dati e quindi produrre un modello falsato ed ingannevole. “Nei profili online, spesso, le persone mentono”, spiega Gerry Grassi, psicologo e direttore clinico del “Centro  Tib”, Terapie innovative brevi.

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Ma davvero vogliamo rinunciare a ciò che di sorprendente si nasconde nell’altro? Abbiamo così tanta paura del nuovo? Desideriamo talmente tanto il partner perfetto che non siamo più disposti ad accettare e ad accogliere le piccole ed inaspettate imperfezioni che ci contraddistinguono?

Ma soprattutto il 100% del match corrisponde davvero alla compatibilità degli animi e delle personalità?

Ai posteri, alle app, ormai moderni Cupido o al Caso, per chi vi si vuole ancora affidare, l’ardua sentenza.

Per saperne di più: “L’amore è un algoritmo?” di Federica Furino, pubblicato su “Gioia” n. 16 del 29/04/2017

Link:

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/06/05/la-matematica-dellamore/#content-wrapper

P. S. cari lettori, ho voluto riproporre in occasione della festività di San Valentino, questo mio articolo pubblicato tempo fa sul mitico freewordsmagazine (in attesa che rinasca quanto prima).

Maria Domenica Depalo

Chirurgia estetica: tra normalità ed esagerazioni

Quanto conta apparire? Quanto conta essere? In una società in cui non sempre essere e apparire coincidono, è importante non perdere se stessi e la consapevolezza del proprio sé e della propria unicità.

Allora perché tanta omologazione e voglia di sembrare perfetti, senza difetti ma soprattutto identici a tutti gli altri? Insicurezza, paura di restare soli, senso di inadeguatezza: le ragioni possono tante.

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In questo articolo risalente a circa due anni fa e pubblicato sul mitico blog freewordsmagazine (per il quale spero di poter riprendere presto a scrivere con la mia amica nonché collega Enza), affronto il tema dell’uso e abuso della chirurgia estetica. Spero che possa piacervi. Se vi va, scrivete nei commenti cosa ne pensate: nel frattempo buona lettura.

Labbra gonfie, zigomi prominenti, sopracciglia perfette e, dulcis in fundo, pelle liscia come quella di un bambino appena nato. Cosa non si fa per essere belle o belli! Amici lettori, oggi parliamo di chirurgia estetica che ormai abbraccia indifferentemente sia uomini che donne.

Attrici ed attori, modelle e modelli ma anche sempre più persone comuni decidono di fare ricorso al bisturi per correggere difetti e difettucci. In alcuni casi i risultati sono piacevoli ma in altri possono essere alquanto inquietanti.

Perché una persona decide di rivolgersi ad un medico per modificare in maniera così radicale i propri lineamenti e connotati fisici? Cosa spinge una persona a mutare in modo così forte il proprio apparire?

Rivolgersi ad un chirurgo estetico, in generale, è sintomo di un disagio che si cela nel profondo ed è legato al contrasto tra l’interno e l’esterno. La non accettazione del proprio sé è sicuramente la ragione primaria del ricorso a questa branca della medicina.

Decidere di migliorarsi pertanto è più che legittimo e giusto visto che, purtroppo, il come appariamo spesso può incidere su ciò che siamo e sul rapporto con gli altri. É un contrasto-scontro che ci può fare sentire deboli e fragili.

Tuttavia ci dev’essere un limite. Esagerare infatti vuol dire snaturare se stessi. Le modifiche esteriori infatti possono incidere profondamente sulla nostra interiorità in maniera positiva ma anche in maniera negativa.

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Talvolta, infatti, la differenza tra ciò che percepiamo della nostra persona e ciò che appare agli altri (o ciò che crediamo appaia agli altri) è talmente forte da limitare persino qualsiasi capacità di relazione con il prossimo.

“La ricerca della perfezione, la bellezza a tutti i costi sono solo due degli aspetti preoccupanti legati all’estetica.
Accettarsi così come si è, è sempre più difficile. Ed è proprio questa costante insoddisfazione che porta le persone ad affollarsi nelle sale di attesa dei chirurghi plastici. Troppo spesso ci dimentichiamo che gli interventi estetici sono delle vere e proprie operazioni chirurgiche che possono avere anche effetti negativi. Eppure nonostante i rischi sempre più adolescenti chiedono come regalo di compleanno un “ritocchino”, sempre più donne over 50 sviluppano una vera e propria ossessione nei confronti dei rimedi chirurgici contro l’invecchiamento. E ad incrementare questo fenomeno ci pensano anche gli uomini, sempre più attenti all’aspetto e dipendenti dalla ricerca una perfezione fisica”. (cit. da http://www.studioafis.it/chirurgia-plastica-e-psicologia/)

La tendenza alla perfezione fisica ha portato l’Italia ai primi posti nel mondo per il ricorso alla chirurgia plastica. Siamo ben settimi nella classifica per numerosità di interventi o trattamenti a base di botulino e altre punturine.

fonte: pexels

“Nel 2013 la fetta più grande di persone che sono ricorse alla chirurgia estetica nel mondo si è rifatta il seno, oltre 1.700.000 interventi in un solo anno, e a breve distanza troviamo le operazioni di liposuzione e alle palpebre. All’ultimo posto della classifica gli interventi di allungamento del pene, che hanno interessato 15.414 uomini, ma il dato forse più imprevedibile è che al mondo nel 2013 ci sono stati più interventi di vaginoplastica che trapianti di capelli”. (cit. da https://www.wired.it/lifestyle/salute/2014/08/19/chirurgia-estetica-gli-italiani-al-7mo-posto-nel-mondo/)

Tutto questo ricorrere ideali impossibili o i lineamenti di una gioventù lontana dovrebbe farci riflettere su una cosa: la bellezza delle nostre imperfezioni. Esse rappresentano la nostra storia trascritta sulla pelle. Cancellarle in maniera così radicale corrisponde a cancellare chi siamo ed è un peccato.

Per curiosità cliccate su:

http://www.studioafis.it/chirurgia-plastica-e-psicologia/

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/10/20/chirurgia-estetica-tra-normalita-ed-esagerazioni/2/

Maria Domenica Depalo

Fenomenologia del selfie

Fenomenologia del selfie

Tra Instagram, Facebook e Pinterest l’autoreferenzialità e la smania per i selfie sembrano regnare più sovrani che mai. Non c’è speranza alcuna di cavarcela facendo finta di nulla. Ci esibiamo in ogni dove e in ogni quando. Inutile fingersi indifferenti o “superiori”: ognuno di noi ne ha fatto almeno uno. 

Fino a qualche decennio fa chi veniva colto in flagrante mentre si scattava solo soletto una foto era guardato con sospetto o persino sbeffeggiato. Oggi invece il selfie è un must: O tempora, o mores come direbbe Cicerone, cioè ad ogni epoca i suoi costumi.

Cos’è esattamente un selfie? Come tutti ormai sappiamo, si tratta di un autoscatto realizzato nella maggior parte dei casi senza pretese e velleità artistiche mediante smartphone, fotocamera digitale, tablet e tutto ciò che ha a che vedere con la tecnologia ed i social. 

Ma chi sono i maniaci del selfie? Siamo tutti noi, bramosi di autoaffermazione e alla costante ricerca dell’approvazione da parte degli altri. Attraverso pose più o meno spontanee ma più che altro plastiche tentiamo di fare bella mostra della nostra persona. Ma ci riusciamo? La persona che si autoritrae è davvero così bella e simpatica come vuole far credere? Ma soprattutto è autentica o fin troppo finta? 

D’altro canto per ottenere un selfie con i fiocchi, spesso e volentieri ricorriamo a varie applicazioni presenti sui nostri telefoni. E così filtro dopo filtro finalmente giungiamo al risultato sperato, cioè all’immagine che abbiamo di noi o a quella che vorremmo gli altri avessero di noi. Quindi pubblichiamo e scriviamo con orgoglio: SEMPLICEMENTE IO. Ma che fatica!

Postare ogni tanto qualche foto che racconti di sé e delle proprie attività può essere gratificante oltre che divertente. Attenzione però a non esagerare con gli scatti!

Quando infatti fotografarsi e pubblicare dei selfie diventa qualcosa di cui non si può più fare a meno, quando lo scatto è finalizzato solo al giudizio del pubblico e l’ossessione per la propria immagine priva qualsiasi atto della sua spontaneità siamo di fronte alla sindrome da selfie. Si tratta di un disturbo legato al narcisistico desiderio di autoaffermazione e approvazione che porta a scattare e pubblicare in maniera maniacale ogni momento di sé.

“Si tratta anche in questo caso di un fenomeno (nota: il selfie) che tradisce il desiderio ed il piacere di apparire, di mostrarsi e di mostrare qualcosa di sé valutato come positivo e degno di essere condiviso. Alla ricerca di “like”: approvazione, condivisione e complimenti che possano confermare l’immagine e l’idea che si vuole dare di sé, il compulsivo pubblicatore di “selfie” appare come l’ennesimo fragile personaggio in cerca di approvazione.”( tratto da https://www.psicoterapiapersona.it/2014/02/27/narcisismo-e-sindrome-da-selfie/).

L’unica cosa da fare è cercare di non esagerare e di prendere in mano la situazione onde evitare di sviluppare una dipendenza psicologica decisamente difficile da gestire e pericolosa.

E voi che rapporto avete con i selfie? Scrivetelo nei commenti e parliamone.

Per saperne di più:

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/09/01/fenomenologia-del-selfie/2/

https://it.wikipedia.org/wiki/Selfie

http://psicologia.doctissimo.it/disturbi-psicologici/giovani-e-dipendenze-gli-sballi-giovanili/selfie-mania.html

https://www.psicoterapiapersona.it/2014/02/27/narcisismo-e-sindrome-da-selfie/

http://www.treccani.it/enciclopedia/narcisismo_(Universo-del-Corpo)/

Maria Domenica Depalo

 

 

 

Ansia: un nemico da combattere

Ansia: un nemico da combattere

Impegni lavorativi, scadenze da rispettare, aspettative, progetti e preoccupazioni: che stress ma soprattutto che ansia! Ansia di non riuscire a portare a termine i propri progetti o ansia di sbagliare.
Spesso legata ed associata alla paura, l’ansia però se ne distingue per la sua eziologia endogena. Si ha paura di qualcuno o di qualcosa mentre l’ansia si caratterizza per la sua apparente indeterminatezza. In casi gravi può provocare veri e propri attacchi durante i quali la pressione sanguigna e la frequenza dei battiti del cuore aumentano e le pupille si dilatano.
In quegli istanti il tempo sembra fermarsi e temiamo l’irreparabile. Sentiamo un nodo alla gola e ci sembra di non respirare. Siamo pallidi. Nulla sembra tranquillizzarci. Sono attimi brevi che sembrano non giungere mai alla fine.

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L’ansia, come la rabbia, la gioia, la felicità ed il dolore, fa parte dell’ampia gamma di emozioni umane ed è legata al primordiale istinto di sopravvivenza. Ci comunica quindi che qualcosa non va. Lo fa attraverso un crescendo di emozioni che poi esplodono determinando uno stato difficile da superare se non viene affrontato con decisione e con l’aiuto di un professionista.
Sembra che l’azione dell’amigdala e dell’ippocampo sia alla base di questo stato psicologico.
L’amigdala gioca in particolare un ruolo determinante nel controllo di comportamenti complessi quali l’attenzione e la vigilanza, lo sviluppo dei rapporti sociali e soprattutto l’apprendimento e la memoria della paura e dell’ansia (tratto da Ansia depressione nevrosi. Come viverle).
L’ippocampo invece è alla base della memoria e dell’orientamento spaziale. Del resto, in caso di patologie gravi come l’Alzheimer, i primi danni riguardano proprio questa parte del cervello.

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Quando gli attacchi d’ansia si presentano con una frequenza tale da impedirci di vivere serenamente dobbiamo chiedere aiuto per cercare di capire come affrontarli al meglio e superarli.

Cosa possiamo fare però nell’immediato, quando veniamo colti e travolti dal vortice dell’ansia ed il panico e l’angoscia sembrano pervaderci in toto?
1. respiriamo profondamente cercando, per quello che è possibile, di mantenere la calma. Infatti più ci agitiamo e peggio è. Dobbiamo entrare nell’ottica secondo la quale gli attacchi e stati d’ansia sono passeggeri;

2. ascoltare il nostro corpo. Il nostro malessere esteriore è legato a quello interiore. Cerchiamo di ritagliarci degli spazi in cui dedicarci a noi stessi e alle nostre passioni. L’ideale sarebbe svolgere dell’attività fisica in modo da scaricare la tensione fisica e stimolare la produzione di endorfine, cioè i neurotrasmettitori alla base del piacere;

3. fare una lista delle priorità e gioire dei piccoli successi ottenuti. Questo contribuirà anche ad aumentare la nostra autostima;

4. circondarsi di positività volgendo lo sguardo sulle proprie certezze come la famiglia e gli amici è fondamentale;

5. essere egoisti nel senso di fare i propri interessi e seguire le proprie passioni;

6. essere altruisti: aiutare il prossimo aiuta anche noi.

Ma soprattutto diamoci tempo.

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fonte: pixabay.com

Per saperne di più leggete e cliccate su:
“L’ansia” scritto con la collaborazione del dottor Luca Pani del dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Cagliari in ansia, depressione, nevrosi (allegato di Viversani &Belli n4/1996). Come vincerle. da pag. 27 a pag. 47
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ansia
http://www.riza.it/psicologia/ansia/5134/ansia-senza-motivo-ecco-cosa-fare-subito.html
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ippocampo_(anatomia)
http://www.riza.it/psicologia/attacchi-di-panico/2167/attacchi-di-panico-come-superare-le-crisi.html
http://m.huffingtonpost.it/2014/06/10/7-consigli-per-gestire-un-attacco-di-ansia_n_5477898.html
http://www.focus.it/comportamento/psicologia/ansia-trucchi-scientifici-per-combatterla

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/09/15/ansia-cose-e-come-affrontarla/

P. S. L’intento di questo articolo è solo quello di fornire dei consigli generici. Per risolvere questo problema infatti bisogna rivolgersi sempre e solo ad uno specialista.

P. S. Questo articolo trae le sue origini da quello scritto sempre da me per freewordsmagazine. Tuttavia ne è una sua rivisitazione.
Maria Domenica Depalo

Il peso dei social nella nostra vita

Il peso dei social nella nostra vita

Quanto contano i social ma soprattutto quanto è forte la loro influenza nella nostra vita?

Facebook, WhatsApp e Twitter ne sono solo alcuni esempi. Nati come piattaforme dall’alto potere pervasivo (non ne possiamo fare a meno pur avendo vissuto benissimo senza di loro per moltissimi anni), essi si costituiscono però, a dispetto della loro categoria di appartenenza, come potenziale strumento di isolamento per eccellenza.

Può apparire paradossale questa affermazione dal momento che, essendo delle realtà “sociali” (se pur virtuali), dovrebbero avere una funzione aggregante. Tuttavia spesso accade il contrario. Nel momento dell’interazione virtuale con l’altro, questo “altro” pur esistendo realmente e pur apparendo reale, in realtà non è che meramente illusorio essendo presente solo sullo schermo ma assente nella sua autentica corporeità ed effettività. 

Il potere dei social non si limita però solo alla capacità di unire o di isolare. C’è qualcosa di più intimo e profondo.

Partiamo quindi con alcune domande: quante ore trascorriamo in compagnia dei social, quanto ci influenzano e determinano? Il nostro comportamento ed il nostro rapportarci agli altri e alla nostra persona ne subiscono l’influsso?

Nel 1994, con il suo saggio intitolato Cattiva maestra televisione, il filosofo austriaco Karl Popper si era occupato della capacità e del potere della televisione di poter influenzare l’individuo. 

Popper era convinto che la televisione potesse incidere, se pur inconsciamente ma pur sempre in modo importante, sulle idee, sui pensieri, sulle azioni e sui comportamenti degli spettatori.

Il nostro studioso, che aveva avuto modo di lavorare con lo psicoanalista Alfred Adler, era convinto che il potere pervasivo della televisione fosse così forte da poter incidere profondamente anche sullo sviluppo cognitivo dei bambini e che quindi bisognasse ridurne il potere.  (Per approfondire il pensiero di Popper cliccate qui http://www.pannunziomagazine.it/la-televisione-ci-dice-chi-odiare-popper-ci-aveva-avvertiti-25-anni-fa-di-davide-traglia/ )

È possibile applicare il pensiero di Popper anche ai social? Credo proprio di sì. Basti pensare alla “viralità” di alcuni video e dei messaggi che veicolano, alcune volte positivi ma talvolta anche pregni di violenza e odio.

Sarebbe pertanto necessaria una vera e propria educazione all’uso corretto di tali realtà ormai così imprescindibili nella vita di tutti, indipendentemente dall’età.

E voi, come vi rapportate ai social? Che uso ne fate? Se vi va, condividete il vostro pensiero nello spazio destinato ai commenti. Grazie.

Maria Domenica Depalo 

 

 

 

Piercing e tatuaggi: una nuova geografia del corpo

Piercing e tatuaggi: una nuova geografia del corpo

L’unicità è la nostra cifra distintiva, ciò che consente ad ognuno di noi di differenziarci dagli altri ma soprattutto di affermare l’univocità della nostra personalità.

È possibile esprimere se stessi e la propria storia mostrandosi appieno oppure evidenziando solo una parte di sé anche attraverso forme d’arte che usano come veicolo privilegiato la nostra pelle. Tra queste figurano i tatuaggi ed i piercing.

Il tatuaggio ha una storia antica ed affascinante risalente a più di 5000 anni fa, a quando i corpi delle giovani fanciulle destinate ad accompagnare nell’aldilà i membri delle nobili famiglie egiziane presso le quali lavoravano venivano decorati con segni e disegni coloratissimi. (vedi https://www.tatuatori.it/storia-tattoo)

Ogni tatoo è una narrazione di sé, della propria individualità ma anche della storia del popolo cui si appartiene. Basti pensare ai Celti che, adoratori degli elementi naturali, tatuavano sulla propria pelle animali piante e tutto ciò che era parte di madre natura oppure ai primi Cristiani che, se pur perseguitati, decoravano il proprio corpo con il simbolo della Croce, a testimoniare la propria fede (vedi https://www.tatuatori.it/storia-tattoo).

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Anche i piercing sono riconducibili ad una forma di body art che fa ricorso alle punture di aghi.

È possibile forare varie parti del corpo, alcune parti del viso ma anche del corpo come l’ombelico o persino i genitali (vedi https://www.healthline.com/health/beauty- skin-care-tattos-piercing #healthrisks).

Ma perché ricorrere a questa arte? Perché “bucare” il nostro corpo e “decorarlo” con orecchini, septum o altri gioielli? È solo una questione di bellezza oppure ogni piercing è portatore di un significato profondo ed intenso?

I materiali con cui realizzare questo genere di monili sono molteplici come ad esempio l’acciaio inossidabile, l’oro ma anche il titanio.

Il piercing è presente ovunque ormai sia come “semplice” accessorio che come elemento imprescindibile della tradizione locale. Basti pensare che in alcune isole del Pacifico o in alcuni paesi asiatici e africani il piercing (come anche il tatuaggio) è espressione del passaggio all’età adulta (vedi https://tattoos.lovetoknow.com/Why_Do_People_Get_Body_Piercings ).

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Nonostante l’ormai ampia diffusione, dobbiamo ricordare che i rischi correlati ad un loro uso scorretto sono numerosi. Quindi cerchiamo di seguire alcune regole molto semplici:

1. il piercing va sempre sterilizzato;
2. bisogna pulire il piercing e l’area circostante almeno due volte al giorno per prevenire e rimuovere possibili infezioni;

3. le pistole perforanti non devono essere utilizzate perché non possono essere sterilizzate;

4. possono persino verificarsi reazioni allergiche e sanguinamento.
A seguire alcune suggestive immagini di piercing. E voi avete ne avete oppure privilegiate i tatuaggi? Quale significato hanno per voi? Inviateci le vostre foto: le pubblicheremo volentieri.

Maria Domenica Depalo

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Esiste il destino? Da chi o cosa dipende la nostra vita?

Esiste il destino? Da chi o cosa dipende la nostra vita?

Fortemente legato al futuro ma inconoscibile, il destino o fato affascina tutti nella sua incertezza ed oscurità sin dai tempi più antichi. Esso era rappresentato dalle tre Moire nella mitologia greca e dalle Parche in quella romana. Intente a tessere la vita degli uomini come se fosse un filo, a svolgerlo senza logica apparente e a tagliarlo recidendo all’improvviso la vita di ogni individuo, loro incarnavano perfettamente l’imprevedibilità del fato.

Per seconda [Zeus] sposò la splendida Thémis,
che generò le Ore (Eunomie, Dike ed Eirene fiorente)
che vegliano sulle opere dei mortali;
e le Moire, cui grande onore diede Zeús prudente:
Cloto, Lachesi e Atropo, che concedono
agli uomini il bene e il male. (da Teogonia di Esiodo v. 900-906)

A parlare di imprevedibilità ed oscurità del destino non è stata però solo la mitologia ma anche la fisica, a dimostrazione dell’importanza del tema. Basti pensare a tal proposito al principio di indeterminazione di Heisenberg che afferma come sia impossibile conoscere contemporaneamente velocità e posizione di una particella.

Con tale principio si sancisce l’impossibilità da parte della scienza di pervenire a una conoscenza completa della realtà. Il fatto che non si riescano a determinare in alcun modo tutte le variabili di un sistema fisico significa, infatti, che non è possibile stabilirne con precisione l’evoluzione futura”. (cit. tratta da “Destino: il futuro non è mai scritto” di Rossana Rossi, in Airone, anno XXXIII n°403, novembre 2014)

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fonte: pixabay.com

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