«Nessuno sa che alcuni compiono sforzi immensi semplicemente per sembrare persone ordinarie.» Albert Camus
Quanto può essere difficile adattarsi ad una realtà che non è la nostra, fingere di essere altro da sé ed omologarsi soltanto per il timore di non essere accettati. Camus chiaramente non si riferisce solo ai cosiddetti emarginati, ma a coloro che si sentono emarginati e lontani da una società che ci vuole sempre più ordinari e conformi gli uni agli altri, in cui l’ordinarietà deve prendere il posto alla straordinaria unicità di cui siamo caratterizzati.
Queste anime luminose e ricche di senso sono costrette a compiere uno sforzo incredibile per soffocare sé stesse adattandosi ad una realtà incapace di accettare le loro idee e modi di essere divergenti.
Quando il proprio essere non vibra con il mondo nel quale si è inseriti scatta la sofferenza.
E voi, quanto riuscite ad adattarvi alla realtà? Avete mai la sensazione di sacrificare qualcosa di voi stessi?
Se ben ricordo, il primo brutto voto a scuola lo presi proprio per colpa sua, e solo per aver detto Epiculo invece di Epicuro. La professoressa, che per mia sfortuna era di origini austriache, non me lo volle perdonare. Lei, infatti, era convinta che avessi sbagliato di proposito per far ridere i miei compagni di classe. Ora, però, se qualcuno mi chiedesse chi è stato secondo me il filosofo più intelligente, io non potrei fare altro che nominarlo. Lui, il mio “Santo” Epicuro, vissuto nel III secolo a.C., un giorno disse che due soltanto sono le esistenze possibili, e per la precisione: l’essere felice o l’essere infelice. Due, inoltre, sono i modi di vivere: o stando sotto il braccio dell’Amore o sotto il braccio dell’Odio. Mi spiego meglio. Se è vero che tutto ciò che capita nella vita ha una sua importanza, più o meno grande, cerchiamo, a forza di raffronti, di costruirci una scala di valori su misura, sulla quale poi poter compiere le nostre scelte ed essere felici. È più importante, tanto per dirne una, il Potere, il Successo, l’Amore, il Denaro, la Libertà o il Sesso? Secondo Epicuro il valore più importante è l’Amicizia, perché è proprio attraverso l’amicizia che riusciamo a rendere felici noi stessi e gli altri. (Cit. da Stammi felice. Filosofia per vivere relativamente bene. 2015 di Luciano Decrescenzo Mondadori)
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Professoressa suscettibile direi ma cosa ci possiamo fare. Il suo dubbio era più che lecito. D’altronde ricordiamo tutti il modo di fare ironico di Decrescenzo e la sua visione leggera ma mai banale delle vicende della vita.
Forte della sua passione per la filosofia, egli sviluppò un approccio caratterizzato dalla curiosità ma anche dall’accettazione attiva degli eventi quotidiani cercando di spiegarli ricorrendo ai grandi saggi ma anche al suo connaturato ottimismo che gli permetteva di cercare di capire quale potesse essere il modo migliore per essere felice senza, tuttavia, mai essere banale nelle sue ricerche.
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A tal proposito, concordate anche voi con Epicuro? Anche secondo voi, l’amicizia è il valore che dovrebbe contare di più nella nostra vita, l’unico in grado di rendere felici noi e gli altri? E quali scelte operate in tal senso? In che modo si può essere felici?
Ecco, arriva questo mese dell’anno e, puntuali come sempre, siamo pronti a farci problemi dove non ce ne sono e ad avere assurdi sensi di colpa semplicemente perché vediamo nelle maschere di zucca un modo per divertirci e trascorrere momenti di allegria.
Parliamo di Halloween, la terribile festa americana, oscura e tenebrosa che non va festeggiata in Italia in quanto inneggiante al male ma soprattutto perché lontana dalle nostre tradizioni. 🎃🎃🤦🏻♀️
Direi però di concentrarci sui suoi aspetti storici.
Prima di tutto NON è una festa americana. Infatti alcuni ricercatori ritengono come questa tradizione abbia delle radici celtiche.
Halloween prenderebbe origine dall’antica festa di Samhain, una sorta di capodanno celtico che separava il periodo estivo da quello invernale. La festa di Samhain durava un’intera settimana durante la quale, secondo le credenze dell’epoca, il mondo terreno e quello dell’aldilà potevano incontrarsi. (tratto da https://www.focusjunior.it/comportamento/feste/halloween/halloween-quando-si-festeggia-e-perche/)
Inoltre sembra che la parola “Halloween” sia nata dall’espressione “All Hallows’ Eve”, indicante la vigilia della festa dedicata a “Ognissanti” ed usata in Scozia a partire dal XVIII secolo.
Le migrazioni degli irlandesi verso gli Stati Uniti, nel corso dell’Ottocento, determinarono lo spostamento di abitudini e tradizioni locali, tra cui quelle dedicate ad Halloween che quindi così ebbe modo di diffondersi in America e da lì poi nel mondo.
Fu però con l’istituzione ufficiale della festa dedicata a tutti i Santi che le popolazioni che festeggiavano la festa di Samhain la spostarono al 31 ottobre.
Durante la notte di Samhain veniva lasciato del cibo ai morti in modo da evitare che questi potessero fare dei dispetti ai vivi. Ed ecco spiegato il famoso “Dolcetto o scherzetto”, il famoso trick-or-treat.
L’ultimo mistero legato ad Halloween e che sveleremo è ovviamente quello della zucca.
Come facilmente intuibile, alla sua base vi è una leggenda.
In un tempo molto lontano in Irlanda viveva un agricoltore dispettoso di nome Jack. Amante dei tormenti e dei dispetti, nonché autore di scherzi inquietanti e terribili, riuscì ad imbrogliare il diavolo in persona, costringendolo a rifugiarsi sopra un albero. Per non farlo scendere, Jack incise sul tronco una croce, e cominciò a mercanteggiare con Lucifero. Dopo lunghe trattative, si giunse ad un compromesso: il diavolo avrebbe salvato Jack dall’inferno e lui, in cambio, gli avrebbe permesso di scendere dalla pianta. Sicuro di rimanere impunito, il furbo Jack cominciò a combinarne di tutti i colori, commise tanti di quei peccati, ma, quando arrivò il suo momento, la parola di Lucifero si rivelò infondata, e il nostro Jack non venne perdonato, né ammesso in Paradiso. Costretto a vagare sulla terra senza riposo, decise di svuotare e intagliare una zucca e di metterci una candela dentro per farne una lanterna da usare nelle notti tenebrose. (https://www.ilmessaggero.it/social/zucca_halloween_perche_storia_31_ottobre_ognissanti-4831226.html)
Detto questo, finalmente intagliamo le zucche ma soprattutto mangiamole e al bando le superstizioni assurde che sembrano sempre più diffondersi inutilmente. Godetevi la cascata di dolcetti, se siete bambini (e non solo), ma prima di tutto divertitevi con i vostri costumi spaventosi.
Per cattive compagnie non mi riferisco solo a gente cattiva, viziosa o distruttiva; di quelle si dovrebbe evitare la compagnia perché la loro influenza è velenosa e deprimente. Mi riferisco soprattutto alla compagnia di persone amorfe, di gente la cui anima è morta, sebbene il corpo sia vivo; di gente i cui pensieri e la cui conversazione sono banali; che chiacchiera anziché parlare, e che esprime opinioni a cliché invece di pensare. (ERICH FROMM, L’arte di amare, 1956)
Non solo i “classici” cattivi ma anche gli ignavi (così li chiamava Dante) e gli inetti di Svevo potrebbero benissimo far parte di questa categoria di individui da evitare: uomini e donne privi di quella personalità che conferisce senso e significato all’essere umano; individui che, con la loro presenza ed influenza, possono perturbare e turbare chi ha la sfortuna di incontrarli.
Parliamo di persone di persone “né carne né pesce” (Verga mi perdonerà per questo riferimento impertinente ma forse necessariamente pertinente per rendere l’idea), persone senza sostanza incapaci di produrre arricchimento interiore a sé stessi e agli altri.
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La vanità e la vuotezza di contenuto come leitmotiv della loro vita: l’espressione “amorfo” appare pertanto perfettamente calzante e mostra appieno l’essenza di chi può soltanto impoverire.
Banalità del chiacchiericcio, l’imperversare di opinioni fini a sé stesse e di cliché dominano in queste persone che, gonfie e tronfie, camminano circondandosi di una corte debole ed altrettanto vacua.
Erich Fromm ci invita a rifuggire da cotali individui e a ricercare la sostanza.
Vi è capitato di incontrare tali persone? Cosa avete fatto in tal caso?
“Non posso fare a meno di chiedermi perché il Grande Fratello piaccia tanto al pubblico italiano. All’inizio l’ho guardato per curiosità: cinque minuti e basta. Poi la noia mi ha preso. Il tempo, mi sono detto, è una cosa troppo preziosa perché io lo possa buttare in questo modo. Ma perché un italiano su tre, di quelli che la sera accendono la televisione, lo vede? E come sempre la prima risposta che mi è venuta in mente è stata ‘tutti lo vedono perché tutti lo vedono’.
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Tutti fanno ciò che gli altri fanno: è il principio base del conformismo. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo dal terrore della solitudine. L’unione ottenuta mediante il conformismo, però, non è intensa né profonda; è superficiale e, poiché è il risultato della routine, è insufficiente a placare l’ansia della solitudine. Non sono meno solo ma sono più povero, questo sì! La povertà del futuro sarà l’ignoranza, e le differenze sociali degli anni a venire saranno stabilite, più che dal denaro, dalla cultura di chi sa qualcosa e di chi non sa niente, da chi è ancora in grado di pensare con la propria testa e chi no”.
[Tratto da Luciano De Crescenzo, Il caffè sospeso]
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Conformismo e unicità quanto si legano tra loro? Scrivete pure cosa ne pensate nei commenti.
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio malgrado le tue sante guerre per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d’amore che però grida ancora vendetta e soltanto tu riesci ancora a piangere poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volti e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la terrae innalzi il tuo canto d’amore.
«Io non mi sono mai rassegnata a pensare che non mi spettasse la felicità. Ci ho provato ogni giorno. Quando mi dicevano: “Tu che cosa vuoi fare nella vita”, rispondevo non lo so, ma voglio essere felice. Questo mi ha permesso di fare dieci lavori e di non smettere mai di essere felice. Io avrei potuto insegnare tutta la vita. Sarei stata comunque la persona che sono.
Una cosa resta importante: riconoscere la felicità è una forma di intelligenza. Perché molte volte la felicità ti passa accanto e tu non capisci che quello è un momento felice. Perché sei troppo presa o stanca. Ho avuto fortuna perché il mio tipo di lavoro mi permette un’introspezione e delle pause in cui posso guardare me stessa dall’esterno e in cui capisco che il tempo che sto vivendo è probabilmente il tempo migliore della mia vita.
Io oggi dico: questo è il tempo migliore della mia vita. Visto da fuori non lo è: ho il cancro, ho il tempo contato, come tutti del resto, ma io ho il conto più breve. Dovrebbero essere elementi di non felicità. Ma invece non conta il cosa, conta il come. E in questo momento io posso scegliere il come».
Michela Murgia (1972-2023)
“Io non mi sono mai rassegnata a pensare che non mi spettasse la felicità”: non credo che vi sia altro da aggiungere. Le parole della Murgia sono chiare e precise: la felicità le spetta(va). Tuttavia mi domando cosa per voi sia la felicità. Anzi, per ognuno di noi. Anche voi (noi) credete che essa spetti a tutti?
Ne possiamo davvero fare a meno? Tentare di raggiungerla ci rende ogni giorno più forti e determinati anche perché siamo ben consapevoli della brevità del nostro esistere e della necessità di afferrarla senza sprecare del tempo prezioso.
La domanda che però mi faccio e faccio a tutti voi è la seguente: a cosa siete disposti per essere felici? Il tempo che ruolo gioca in tutto questo? Sapete essere pazienti? Fatemelo sapere nei commenti.
Amanti del cioccolato, croce e delizia di noi golosoni, compagno fidato su cui poter fare affidamento nei momenti più lieti ma anche in quelli più disperati, produttore naturale di buon umore ma anche causa di carie (quindi occhio!): finalmente è tornato a Bari il festival dedicato a questo piacere proibito, ma in realtà ben accessibile a tutti.
Parliamo della Festa del cioccolato che avrà luogo a Bari in Piazza Umberto da venerdì 10 novembre a domenica 12 novembre.
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Profumato, delicato ma anche deciso nel suo sapore, unico nella varietà dei colori e forme, il cioccolato rappresenta l’essenza stessa del piacere da gustare pian piano. Liscio in superficie, senza imperfezioni o increspature, inebriante del profumo di cacao, capace di assumere molteplici forme ed aspetti (come vedremo a Bari), da non mordere avidamente ma da sciogliere delicatamente e lentamente in bocca in modo da coglierne fragranze, sapori ed aromi, è sempre pronto ad essere colto ed abbracciato nella sua totalità.
Ricco di feniletilamina, fondamentale nella regolazione dei nostri stati d’animo, ricco anche di triptofano alla base della sintesi della serotonina, ormone del buonumore, sembra proprio che il consumo di cioccolato possa aiutarci nei momenti di maggior tristezza e smacco.
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Insomma è nei momenti in cui ci sentiamo più sconfortati che mai che assaggiamo il primo di una lunga serie di cioccolatini per stare meglio. E a darci ragione e supporto, soprattutto quando il senso di colpa sembra pervaderci, è proprio la scienza.
Secondo la dottoressa Sarah Jackson, il consumo di cioccolato, in particolare quello fondente contribuisce a ridurre l’insorgenza dei sintomi della depressione. Il cacao da cui otteniamo la “bevanda degli dei”, secondo gli Incas, contiene infatti piccole quantità di salsolinolo e salsolina che sarebbero proprio degli antidepressivi naturali.
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Gli esperti dell’University College London, della University of Calgary e dell’Alberta Health Services Canada affermano che il cioccolato fondente può arrivare a ridurre il rischio di depressione di ben 4 volte: se il 7,6% di un campione di 13.626 persone studiate proveniente dalla Us National Health and Nutrition Examination Survey risulta soffrire del male di vivere, questa percentuale cala a solo l’1,5% fra chi mangia regolarmente cioccolato, fondente per la precisione (tratto da https://www.milleunadonna.it/benessere/articoli/Cioccolato-terapeuticorischi-depressione).
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Allora non resta che gustarlo facendoci avvolgere dal suo profumo, sapore, gusto ma soprattutto essenza che è quella della piacevolezza.
Senza esagerare però.
Maria Domenica Depalo
P.S.: ecco alcuni link che potranno tornarvi utili
Volete migliorare il vostro inglese? Avete bisogno di un ripasso di latino e greco o di fisica? Volete imparare l’arabo? Allora i social fanno proprio per voi.
Premesso che niente e nessuno potrà mai sostituire la “buona” scuola ed un manuale, tuttavia a salire alla ribalta ultimamente in tal senso è proprio uno dei social più noti e discussi, cioè Tik Tok.
Sandro Marenco, Vincenzo Schettino e Norma di Norma’s teaching sono soltanto alcuni degli influencer più noti che sono riusciti a trasformare questa piattaforma in una realtà divertente e coinvolgente anche da un punto di vista didattico.
Parliamo di Tiktoker o “content-creator” ma soprattutto di insegnanti in grado di trasmettere non solo informazioni e nozioni utili ma soprattutto la passione per la propria disciplina. In che modo? Attraverso la chiarezza e la semplicità.
Non è da tutti infatti spiegare la “frequenza” delle onde facendo riferimento alla musica, come fa Schettini oppure proporre delle canzoni di Adele o dei Queen per migliorare l’inglese.
Da insegnante (o aspirante tale visto l’andazzo nel nostro belpaese tra crediti e varie), non posso non sentirmi coinvolta da questo modo nuovo di insegnare e di approcciarsi ad una platea di studenti di età diverse, con un proprio background culturale ma tutti accumunati dal desiderio di imparare e conoscere.
Per quanto mi riguarda, ho iniziato ad studiare spagnolo e arabo grazie a Egness e a Maha Yacoub (sono ovviamente solo agli inizi) e ad approfondire alcuni temi legati alla storiografia e alla filosofia grazie a MatteoSaudino (deformazione professionale, la mia). Ovviamente non mi sono fermata qui.
Ultimamente mi sono appassionata anche alle lezioni di fisica di Vincenzo Schettini, che io adoro. A colpirmi in primis la sua umanità e la sua empatia e poi il suo modo semplice e diretto di spiegare concetti altrimenti ostici, facendo riferimento alla realtà quotidiana ed usando un linguaggio immediato.
Insomma un uso diverso, attento e decisamente più intelligente dei social che da contenitori vacui possono assumere l’aspetto e la sostanza di contenitori ricchi di senso. Voi cosa ne pensate?
Intanto allego alcuni link che potrebbero tornarvi utili.