Ormai tu ed il divano siete indissolubilmente legati e non potete più fare a meno l’uno dell’altro. Mentre i tuoi amici organizzano sabati sera all’insegna di pub, pizzeria e cinema, tu pensi a quale sarà il pigiama più comodo da indossare mentre sgranocchi i tuoi pop-corn salati davanti alla TV. Il sabato sera la noia e l’apatia diventano tuoi compagni sempre più stretti. Tuttavia ogni tanto fa capolino quella strana sensazione che altro non è che l’esigenza di socializzazione perché – si sa – l’uomo è un animale sociale. Vuoi davvero opporti a tale voglia di interagire? Direi che ormai la scelta è fatta. Come contrastare la tua bellissima e rassicurante copertina di Linus senza la quale ti sentiresti indifeso e come non bere la tua tazza di latte con biscotti ricchi di gocce di cioccolato pronta ad accompagnarti nelle tue ore di lettura o di vagheggiare vano tra i video di tiktok? Tuttavia quella strana voglia di socializzare rimane anche davanti al tuo libro preferito o al programma della De Filippi? Cerchi di ignorare quella vocina ma ormai è troppo tardi e quel brivido dell’ignoto ti scruta e ti ritrovi a scegliere i pantaloni da pigiama più fashion da abbinare alle scarpe…le pantofole. Lo dicevano i Borg di Star Trek che ogni resistenza sarebbe stata inutile ed eccoti a parlare con i tuoi vicini di tavolo, sorridendo per giunta…tramite teams. Arrendetevi: anche voi appartenete al popolo del sabato sera…o forse no. diMaria Domenica Depalo
Oggi si ritorna tra i banchi di scuola. Il primo quadrimestre volge al termine e a giorni i maturandi scopriranno le materie da portare agli esami. In tutto questo correre incessante e ansioso, non dimentichiamo però mai lo scopo primario della scuola che non è solo quello di fare in modo che lo studente apprenda nozioni ed informazioni. Il fine è un altro.
Studiare deve contribuire alla formazione e alla crescita dell’individuo, rendendolo sempre più consapevole del suo valore e della sua esistenza ed aiutandolo a scoprire finalità e perché della propria vita.
La cultura contribuisce allo sviluppo della propria personalità e alla formazione di una coscienza che permette di essere liberi.
Studiare ed imparare rendi vivi e vitali: non dimenticatelo mai.
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Studiate. Per amore del sapere, mai per i voti. Perché sapere aiuta a essere. E sapere tanto aiuta a essere tanto. Studiate! Perché la cultura rende liberi e niente vale più della libertà. Studiate! Perché siamo le parole che conosciamo, perché il pensiero crea la realtà. Studiate! Perché non conoscerete mai la noia se amerete un libro, un paesaggio, un quadro o la settimana enigmistica. Studiate! Perché studiando capirete le vostre qualità, le vostre inclinazioni, i vostri punti deboli. Studiate la storia, perché il passato illumina il presente. Studiate la geografia perché ogni luogo è anche un fiume, una montagna, un vento. Studiate la matematica perché nella vita spesso i conti non tornano e bisogna trovare soluzioni alternative. Studiate le lingue straniere, perché i viaggi sono le lezioni di vita più belle. Studiate la biologia perché capire come fa a battere il cuore o perché il battito accelera se vi innamorate è meraviglioso. Studiate la filosofia perché imparerete a ragionare e a guardare il mondo dalle prospettive più originali. Studiate la letteratura perché vivrete molte vite e vedrete posti incredibili da casa. Studiate la grammatica perché la differenza tra un accento e un apostrofo non è mai un dettaglio. Studiate la musica, l’arte e la poesia! Perché la bellezza è emozione e terapia. Studiate la fisica e la chimica perché nell’atomo e nelle molecole si celano energie potentissime. Studiate! Perché quando smetti di imparare smetti di vivere. Studiate ciò che vi piace ma anche ciò che ora vi sembra inutile. Perché un giorno, quando meno ve lo aspettate, ne capirete il senso. Studiate! Senza pretendere troppo da voi stessi e senza rinunciare mai allo svago, allo sport e alle emozioni. Perché lo studio viene sempre dopo il vostro benessere! Studiate! Senza temere di dimenticare qualcosa. Perché i buchi di memoria servono a fare spazio. Perché la scuola serve a trasformare specchi in finestre, non a giudicarvi.
Francesco De Sanctis
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Cosa pensate delle parole del De Sanctis sia come studenti che come genitori ed educatori?
«Nessuno sa che alcuni compiono sforzi immensi semplicemente per sembrare persone ordinarie.» Albert Camus
Quanto può essere difficile adattarsi ad una realtà che non è la nostra, fingere di essere altro da sé ed omologarsi soltanto per il timore di non essere accettati. Camus chiaramente non si riferisce solo ai cosiddetti emarginati, ma a coloro che si sentono emarginati e lontani da una società che ci vuole sempre più ordinari e conformi gli uni agli altri, in cui l’ordinarietà deve prendere il posto alla straordinaria unicità di cui siamo caratterizzati.
Queste anime luminose e ricche di senso sono costrette a compiere uno sforzo incredibile per soffocare sé stesse adattandosi ad una realtà incapace di accettare le loro idee e modi di essere divergenti.
Quando il proprio essere non vibra con il mondo nel quale si è inseriti scatta la sofferenza.
E voi, quanto riuscite ad adattarvi alla realtà? Avete mai la sensazione di sacrificare qualcosa di voi stessi?
Se ben ricordo, il primo brutto voto a scuola lo presi proprio per colpa sua, e solo per aver detto Epiculo invece di Epicuro. La professoressa, che per mia sfortuna era di origini austriache, non me lo volle perdonare. Lei, infatti, era convinta che avessi sbagliato di proposito per far ridere i miei compagni di classe. Ora, però, se qualcuno mi chiedesse chi è stato secondo me il filosofo più intelligente, io non potrei fare altro che nominarlo. Lui, il mio “Santo” Epicuro, vissuto nel III secolo a.C., un giorno disse che due soltanto sono le esistenze possibili, e per la precisione: l’essere felice o l’essere infelice. Due, inoltre, sono i modi di vivere: o stando sotto il braccio dell’Amore o sotto il braccio dell’Odio. Mi spiego meglio. Se è vero che tutto ciò che capita nella vita ha una sua importanza, più o meno grande, cerchiamo, a forza di raffronti, di costruirci una scala di valori su misura, sulla quale poi poter compiere le nostre scelte ed essere felici. È più importante, tanto per dirne una, il Potere, il Successo, l’Amore, il Denaro, la Libertà o il Sesso? Secondo Epicuro il valore più importante è l’Amicizia, perché è proprio attraverso l’amicizia che riusciamo a rendere felici noi stessi e gli altri. (Cit. da Stammi felice. Filosofia per vivere relativamente bene. 2015 di Luciano Decrescenzo Mondadori)
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Professoressa suscettibile direi ma cosa ci possiamo fare. Il suo dubbio era più che lecito. D’altronde ricordiamo tutti il modo di fare ironico di Decrescenzo e la sua visione leggera ma mai banale delle vicende della vita.
Forte della sua passione per la filosofia, egli sviluppò un approccio caratterizzato dalla curiosità ma anche dall’accettazione attiva degli eventi quotidiani cercando di spiegarli ricorrendo ai grandi saggi ma anche al suo connaturato ottimismo che gli permetteva di cercare di capire quale potesse essere il modo migliore per essere felice senza, tuttavia, mai essere banale nelle sue ricerche.
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A tal proposito, concordate anche voi con Epicuro? Anche secondo voi, l’amicizia è il valore che dovrebbe contare di più nella nostra vita, l’unico in grado di rendere felici noi e gli altri? E quali scelte operate in tal senso? In che modo si può essere felici?
Ecco, arriva questo mese dell’anno e, puntuali come sempre, siamo pronti a farci problemi dove non ce ne sono e ad avere assurdi sensi di colpa semplicemente perché vediamo nelle maschere di zucca un modo per divertirci e trascorrere momenti di allegria.
Parliamo di Halloween, la terribile festa americana, oscura e tenebrosa che non va festeggiata in Italia in quanto inneggiante al male ma soprattutto perché lontana dalle nostre tradizioni. 🎃🎃🤦🏻♀️
Direi però di concentrarci sui suoi aspetti storici.
Prima di tutto NON è una festa americana. Infatti alcuni ricercatori ritengono come questa tradizione abbia delle radici celtiche.
Halloween prenderebbe origine dall’antica festa di Samhain, una sorta di capodanno celtico che separava il periodo estivo da quello invernale. La festa di Samhain durava un’intera settimana durante la quale, secondo le credenze dell’epoca, il mondo terreno e quello dell’aldilà potevano incontrarsi. (tratto da https://www.focusjunior.it/comportamento/feste/halloween/halloween-quando-si-festeggia-e-perche/)
Inoltre sembra che la parola “Halloween” sia nata dall’espressione “All Hallows’ Eve”, indicante la vigilia della festa dedicata a “Ognissanti” ed usata in Scozia a partire dal XVIII secolo.
Le migrazioni degli irlandesi verso gli Stati Uniti, nel corso dell’Ottocento, determinarono lo spostamento di abitudini e tradizioni locali, tra cui quelle dedicate ad Halloween che quindi così ebbe modo di diffondersi in America e da lì poi nel mondo.
Fu però con l’istituzione ufficiale della festa dedicata a tutti i Santi che le popolazioni che festeggiavano la festa di Samhain la spostarono al 31 ottobre.
Durante la notte di Samhain veniva lasciato del cibo ai morti in modo da evitare che questi potessero fare dei dispetti ai vivi. Ed ecco spiegato il famoso “Dolcetto o scherzetto”, il famoso trick-or-treat.
L’ultimo mistero legato ad Halloween e che sveleremo è ovviamente quello della zucca.
Come facilmente intuibile, alla sua base vi è una leggenda.
In un tempo molto lontano in Irlanda viveva un agricoltore dispettoso di nome Jack. Amante dei tormenti e dei dispetti, nonché autore di scherzi inquietanti e terribili, riuscì ad imbrogliare il diavolo in persona, costringendolo a rifugiarsi sopra un albero. Per non farlo scendere, Jack incise sul tronco una croce, e cominciò a mercanteggiare con Lucifero. Dopo lunghe trattative, si giunse ad un compromesso: il diavolo avrebbe salvato Jack dall’inferno e lui, in cambio, gli avrebbe permesso di scendere dalla pianta. Sicuro di rimanere impunito, il furbo Jack cominciò a combinarne di tutti i colori, commise tanti di quei peccati, ma, quando arrivò il suo momento, la parola di Lucifero si rivelò infondata, e il nostro Jack non venne perdonato, né ammesso in Paradiso. Costretto a vagare sulla terra senza riposo, decise di svuotare e intagliare una zucca e di metterci una candela dentro per farne una lanterna da usare nelle notti tenebrose. (https://www.ilmessaggero.it/social/zucca_halloween_perche_storia_31_ottobre_ognissanti-4831226.html)
Detto questo, finalmente intagliamo le zucche ma soprattutto mangiamole e al bando le superstizioni assurde che sembrano sempre più diffondersi inutilmente. Godetevi la cascata di dolcetti, se siete bambini (e non solo), ma prima di tutto divertitevi con i vostri costumi spaventosi.
Per cattive compagnie non mi riferisco solo a gente cattiva, viziosa o distruttiva; di quelle si dovrebbe evitare la compagnia perché la loro influenza è velenosa e deprimente. Mi riferisco soprattutto alla compagnia di persone amorfe, di gente la cui anima è morta, sebbene il corpo sia vivo; di gente i cui pensieri e la cui conversazione sono banali; che chiacchiera anziché parlare, e che esprime opinioni a cliché invece di pensare. (ERICH FROMM, L’arte di amare, 1956)
Non solo i “classici” cattivi ma anche gli ignavi (così li chiamava Dante) e gli inetti di Svevo potrebbero benissimo far parte di questa categoria di individui da evitare: uomini e donne privi di quella personalità che conferisce senso e significato all’essere umano; individui che, con la loro presenza ed influenza, possono perturbare e turbare chi ha la sfortuna di incontrarli.
Parliamo di persone di persone “né carne né pesce” (Verga mi perdonerà per questo riferimento impertinente ma forse necessariamente pertinente per rendere l’idea), persone senza sostanza incapaci di produrre arricchimento interiore a sé stessi e agli altri.
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La vanità e la vuotezza di contenuto come leitmotiv della loro vita: l’espressione “amorfo” appare pertanto perfettamente calzante e mostra appieno l’essenza di chi può soltanto impoverire.
Banalità del chiacchiericcio, l’imperversare di opinioni fini a sé stesse e di cliché dominano in queste persone che, gonfie e tronfie, camminano circondandosi di una corte debole ed altrettanto vacua.
Erich Fromm ci invita a rifuggire da cotali individui e a ricercare la sostanza.
Vi è capitato di incontrare tali persone? Cosa avete fatto in tal caso?
“Non posso fare a meno di chiedermi perché il Grande Fratello piaccia tanto al pubblico italiano. All’inizio l’ho guardato per curiosità: cinque minuti e basta. Poi la noia mi ha preso. Il tempo, mi sono detto, è una cosa troppo preziosa perché io lo possa buttare in questo modo. Ma perché un italiano su tre, di quelli che la sera accendono la televisione, lo vede? E come sempre la prima risposta che mi è venuta in mente è stata ‘tutti lo vedono perché tutti lo vedono’.
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Tutti fanno ciò che gli altri fanno: è il principio base del conformismo. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo dal terrore della solitudine. L’unione ottenuta mediante il conformismo, però, non è intensa né profonda; è superficiale e, poiché è il risultato della routine, è insufficiente a placare l’ansia della solitudine. Non sono meno solo ma sono più povero, questo sì! La povertà del futuro sarà l’ignoranza, e le differenze sociali degli anni a venire saranno stabilite, più che dal denaro, dalla cultura di chi sa qualcosa e di chi non sa niente, da chi è ancora in grado di pensare con la propria testa e chi no”.
[Tratto da Luciano De Crescenzo, Il caffè sospeso]
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Conformismo e unicità quanto si legano tra loro? Scrivete pure cosa ne pensate nei commenti.
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio malgrado le tue sante guerre per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d’amore che però grida ancora vendetta e soltanto tu riesci ancora a piangere poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volti e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la terrae innalzi il tuo canto d’amore.
«Io non mi sono mai rassegnata a pensare che non mi spettasse la felicità. Ci ho provato ogni giorno. Quando mi dicevano: “Tu che cosa vuoi fare nella vita”, rispondevo non lo so, ma voglio essere felice. Questo mi ha permesso di fare dieci lavori e di non smettere mai di essere felice. Io avrei potuto insegnare tutta la vita. Sarei stata comunque la persona che sono.
Una cosa resta importante: riconoscere la felicità è una forma di intelligenza. Perché molte volte la felicità ti passa accanto e tu non capisci che quello è un momento felice. Perché sei troppo presa o stanca. Ho avuto fortuna perché il mio tipo di lavoro mi permette un’introspezione e delle pause in cui posso guardare me stessa dall’esterno e in cui capisco che il tempo che sto vivendo è probabilmente il tempo migliore della mia vita.
Io oggi dico: questo è il tempo migliore della mia vita. Visto da fuori non lo è: ho il cancro, ho il tempo contato, come tutti del resto, ma io ho il conto più breve. Dovrebbero essere elementi di non felicità. Ma invece non conta il cosa, conta il come. E in questo momento io posso scegliere il come».
Michela Murgia (1972-2023)
“Io non mi sono mai rassegnata a pensare che non mi spettasse la felicità”: non credo che vi sia altro da aggiungere. Le parole della Murgia sono chiare e precise: la felicità le spetta(va). Tuttavia mi domando cosa per voi sia la felicità. Anzi, per ognuno di noi. Anche voi (noi) credete che essa spetti a tutti?
Ne possiamo davvero fare a meno? Tentare di raggiungerla ci rende ogni giorno più forti e determinati anche perché siamo ben consapevoli della brevità del nostro esistere e della necessità di afferrarla senza sprecare del tempo prezioso.
La domanda che però mi faccio e faccio a tutti voi è la seguente: a cosa siete disposti per essere felici? Il tempo che ruolo gioca in tutto questo? Sapete essere pazienti? Fatemelo sapere nei commenti.