“Mi leggeresti una favola?”

“Mi leggeresti una favola?”

Quante volte da piccoli abbiamo chiesto ai nostri genitori o ai nonni di leggerci una favola. A me personalmente piaceva molto il modo in cui riuscivano a “rendere” i personaggi tramite toni singolari ed espressioni talvolta bizzarre e divertenti. Confesso che ancora oggi, quando mi capita di leggere ad alta voce una favola, spesso e volentieri cerco di immaginare e di riprodurre le voci dei loro protagonisti ripensando proprio alla mia infanzia e al clima che si veniva a creare in quei momenti.

Tuttavia nel tempo le cose sono “leggermente” cambiate. Recentemente infatti ho letto un breve articolo, del quale indicherò il link alla conclusione della riflessione, che mi ha incuriosita e sul quale vorrei una vostra riflessione.

“1 genitore su 4 chiede ad Amazon Alexa di leggere una favola della buonanotte al posto suo“: il titolo, nella sua chiarezza, porta immediatamente ad una prima riflessione. Perché un genitore dovrebbe far affidamento ad un dispositivo elettronico per leggere una favola? La lettura di una storia non dovrebbe essere un prezioso momento di condivisione da trascorrere con il proprio bambino?

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Attenzione: il problema non è dato da “Alexa” che può in effetti rivelarsi uno strumento utile ma dal rischio di spersonalizzazione e di straniamento legato ad un suo uso come sostituto di una figura parentale o familiare in un momento così prezioso. D’altro canto sembra di affrontare di nuovo un discorso simile a quello relativo all’abuso della televisione ed ora “esteso” all’utilizzo dello smartphone, del computer e dei dispositivi elettronici.

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Ma cerchiamo di addentrarci con maggiore attenzione nell’articolo che appare davvero interessante nei suoi contenuti. Sembra che su 1000 genitori intervistati circa il 30% faccia ricorso a questo dispositivo per leggere una storia ai propri bambini. Certo, è consolante sapere che il rimanente 70% ricorra al “classico” libro ma mi soffermerei di più sul perché si faccia ricorso ad Alexa.

Francesca Simon, autrice americana di libri per ragazzi, afferma: “In questa maniera si trasmette ai figli il messaggio ‘i libri non sono importanti per me’. E’ davvero questo il messaggio che vogliamo passare? Io non credo alla scusa del ‘non ho tempo’. La vera motivazione è semplicemente pigrizia, stanchezza o mancanza di voglia”. (cit.)

La Simon pone l’accento su due aspetti fondamentali da cui discendono le relative inevitabili conseguenze: il primo è la pigrizia mentre il secondo è la scarsa attenzione attribuita ai libri.

Pensiamoci: siamo davvero così stanchi da non riuscire neppure a trascorrere qualche minuto con i nostri figli raccontando una storiella (se proprio non ci va di leggere una favola)? E poi, come possiamo pretendere che i nostri piccoli amino i libri se noi per primi non diamo loro il buon esempio leggendone uno?

Fatemi sapere cosa ne pensate. In basso vi lascio il link con l’articolo del quale vi ho parlato e da cui è tratta la citazione.

Link:

Maria Domenica Depalo