Animal Instinct

Amiche ed amici della filosofia,

oggi avrei voluto affrontare il tema dell’amicizia e del modo in cui Aristotele ne parla nell’“Etica Nicomachea”. Ho pensato però di dedicare questo spazio a Dolores O’Riordan, una persona fragile, delicata ma dalla voce ed interiorità straordinarie che se n’è andata lasciando un vuoto profondo e terribile.

Tuttavia vorrei ricordare quest’artista attraverso le parole di “Animal Instinct”, una delle canzoni più belle mai composte e cantante.

Animal instinct, cioè l’istinto animale è la tendenza a non arrendersi mai e a combattere ad oltranza contro tutto e tutti, contro il senso di disfattismo e di smarrimento, contro il senso di perdita e di resa per affermare se stessi e vivere appieno.

English version

Dear philosophers,

I should have talked about friendship and the way Aristotele speaks about its three types. But I suppose we should postpone the theme to another moment.

Today we dedicate this space to a marvellous and delicate voice, Dolores O’Riordan. She left us suddenly and in an unexpected way.

Animal Instinct

Suddenly something has happened to me
As I was having my cup of tea
Suddenly I was feeling depressed
I was utterly and totally stressed
Do you know you made me cry
Do you know you made me die

 And the thing that gets to me
Is you’ll never really see
And the thing that freaks me out
Is I’ll always be in doubt
It is a lovely thing that we have
It is a lovely thing that we
It is a lovely thing, the animal
The animal instinct

 So take my hands and come with me
We will change reality
So take my hands and we will pray
They won’t take you away
They will never make me cry, no
They will never make me die

 And the thing that gets to me
Is you’ll never really see
And the thing that freaks me out
Is I’ll always be in doubt

 The animal, the animal, the animal instinct in me
It’s the animal, the animal, the animal instinct in me
It’s the animal, it’s the animal, it’s the animal instinct in me [x2]

continua–>

to be continued –>

Omologazione e moda: una riflessione

Omologazione e moda: una riflessione

Oggi parliamo di moda. Certo, può apparire strano affrontare questo argomento in un blog di filosofia ma anche i vestiti possono offrire interessanti spunti di riflessione.

Ovviamente non parleremo di gonne, pantaloni e neppure degli orripilanti risvoltini ma ci occuperemo di condizionamento e omologazione.

Partiamo però da una domanda: cos’è la moda? Secondo la definizione del vocabolario Treccani parliamo del “[…] fenomeno sociale che consiste nell’affermarsi, in un determinato momento storico e in una data area geografica e culturale, di modelli estetici e comportamentali (nel gusto, nello stile, nelle forme espressive), e nel loro diffondersi via via che ad essi si conformano gruppi, più o meno vasti, per i quali tali modelli costituiscono, al tempo stesso, elemento di coesione interna e di riconoscibilità rispetto ad altri gruppi […]” (tratto da http://www.treccani.it/vocabolario/moda/).

Ho volutamente sottolineato il verbo conformarsi per sottolineare la tendenza tipicamente umana di cercare la somiglianza e l’affinità con i propri simili. Si tratta di qualcosa di assolutamente normale anche perché la vicinanza e la similitudine possono rafforzare il senso di unità e coesione in un gruppo nonché la sensazione di appartenenza allo stesso.

Tuttavia, c’è una distinzione netta tra somiglianza e passivo conformismo. L’esperto di moda Diego Dalla Palma, durante un dibattito in una trasmissione televisiva (“Uno Mattina in famiglia” del 13/01/2018 su Rai Uno), ha posto l’accento proprio tra la mancanza di personalità e l’ottusa omologazione ai modelli.

Direi che in tal senso è possibile fare una riflessione generale che prescinde dagli abiti. Quante volte infatti ci facciamo condizionare da ciò che pensano e dicono gli altri e quanto rischiamo di annullare noi stessi perché confondiamo con accettazione ed appartenenza ad un gruppo la passiva omologazione? Quanto può essere giusto offuscare noi stessi?

Maria Domenica Depalo

continua con la versione inglese (English version) alla pagina seguente –>

Quesito numero cinquantadue

Quesito numero cinquantadue

Parole rumorose, parole silenti, parole che scorrono veloci oppure lentamente, parole “sole” o “in compagnia”: le pensiamo, le pronunciamo e le organizziamo in frasi e discorsi sperando di dar voce a pensieri ed emozioni. Tuttavia spesso vengono perdute. Perché? Perché talvolta vengono solo “sentite” e non “ascoltate”.

Spesso infatti ci limitiamo a percepirne solo il flusso superficiale senza voler cogliere in silenzio ciò che va al di là della mera superficie delle lettere.

Perché non ascoltiamo? Perché preferiamo sentire? Forse perché siamo troppo chiusi in noi stessi. Proprio lo scrittore americano Chuck Palahniuk d’altronde afferma che:

“La gente non ascolta, aspetta solo il suo turno per parlare” ( da aforisticamente.com).

Voi cosa ne pensate? Quanto siete disposti ad ascoltare realmente le parole del prossimo? Siete disposti ad aprirvi al punto da accogliere appieno le parole del vostro interlocutore?

English version

Noisy words, silent words, words that flow fastly or slowly: we think of them, we pronounce and organize them in sentences and speeches hoping that they are able to give voice to our thoughts and emotions, but often they are lost. Because sometimes they are only “heard” in a superficial way and not “listened” deeply and with attention.

Rarely we go beyond the mere surface of the letters. Why don’t we listen? Why do we prefer to hear? Perhaps because we are too closed in ourselves. The American writer Chuck Palahniuk, moreover, states that:

“People do not listen, just wait their turn to talk” (from aforisticamente.com).

What do you think about it? How are we willing to listen?

Maria Domenica Depalo

Quesito numero cinquantuno

Se la moglie non gli avesse fatto notare il modo in cui il suo naso pendeva, probabilmente la vita di Vitangelo Moscarda sarebbe proseguita come al solito, cioè in modo abbastanza ordinario e quasi noioso.

Abbiamo osato nominare il protagonista di “Uno, Nessuno e Centomila” di Luigi Pirandello per parlare di identità e domandarci chi e che cosa la determina.

“Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano”. (da “Uno, Nessuno e Centomila)

Apparentemente criptica ed incomprensibile, attraverso il pensiero di “Gengé”, Pirandello ci pone una serie di domande dalle risposte non per niente ovvie.

  1. Chi sei?
  2. Chi sei per te stesso?
  3. Chi sei per gli altri?
  4. Le risposte alle domande numero due e tre coincidono?
  5. Se le risposte non coincidono, cosa ne è della nostra identità?

Link:

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/06/28/luigi-pirandello-il-figlio-del-caos/

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/08/23/un-incontro-in-una-sera-destate-intervista-ad-enrico-lo-verso/

https://www.frasicelebri.it/s-libro/uno-nessuno-e-centomila/

Maria Domenica Depalo

English version:

If his wife hadn’t pointed out that his nose was “strange”, probably Vitangelo Moscarda would have continued his ordinary and sometimes boring life.

We talk about the main character of “One, None and One Hundred Thousand” by Luigi Pirandello to talk about identity.

“I didn’t know myself at all, I had no reality of my own for myself, I was in a state of continuous, almost fluid, malleable illusion; the others knew me, each in his own way, according to the reality they had given me; that is, they saw in me each a Moscarda that was not me, since I wasn’t really anyone for me: as many Moscarda as they were “. (from “One, None and One Hundred Thousand”)

Pirandello’s words above seem cryptic and incomprehensible but they could be the right instrument to analyze these questions. Are you ready?

  1. Who are you?
  2. Who are you for yourself?
  3. Who are you for the others?
  4. Do the answers to the questions number two and three coincide?
  5. If the answers don’t coincide, what happens to our identity?

Links:

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/06/28/luigi-pirandello-il-figlio-del-caos/

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/08/23/un-incontro-in-una-sera-destate-intervista-ad-enrico-lo-verso/

https://www.frasicelebri.it/s-libro/uno-nessuno-e-centomila/

Maria Domenica Depalo

 

 

 

The importance of levity

The importance of levity

Welcome back my philosophers,

today we talk about lightness. Obviously we won’t talk about the extra kilogramms we have to lose after the holidays. Our theme will be the way we approach to the  concreteness and heaviness of the real. Work, family, friends, the gym: how much do they influence us and in which way?

How much are we influenced by the concreteness of the reality?

Personally I think that even if the reality may be difficult, heavy and unpredictable, the awareness of the real doesn’t necessarily contrast with a way of approaching it in a “light” way. After all the Italian writer Italo Calvino loved to say:

“Take life lightly, that levity is not superficiality, but gliding on things from above, not having boulders on the heart”. (taken from “American Lessons”)

What do you think of Calvino’s words? But what can we do if the boulders on the heart are too heavy to keep you from gliding?

How can we lighten our and the others’ hearts?

Maria Domenica Depalo

quesito numero cinquanta

quesito n. 50

“Le persone che non credono alle fate? Non vale la pena conoscerle”. (Tori Amos)

Cosa ne pensate? Non credete anche voi che bisogna lasciare più spazio all’immaginazione e alla fantasia in modo da nutrire una realtà talvolta fin troppo dura?

E voi credete alle fate?

Maria Domenica Depalo

English version:

“People who don’t believe in fairies, it’s not worth knowing.” (Tori Amos)

What do you think about her sentence? Which role has fantasy in your life?

And you, do you believe in fairies?

Maria Domenica Depalo

 

 

quesito numero quarantanove

Quesito n. 49

“Il tempo, ciò che gli orologi quantificano e misurano, è qualcosa che consiste nel passare. Il tempo è, per eccellenza, ciò che passa e i cronometri raccontano il suo passaggio. È un passare incessante, infaticabile, inesorabile: non si ferma mai. È un flusso”. (da “Meditazioni del Chisciotte” di J. Ortega y Gasset, Giunti Editori Napoli, p. 197)

Noi dove ci collochiamo in questo flusso? Ne cogliamo lo scorrere? Abbiamo tempo di pensare al tempo ma soprattutto siamo consapevoli di poterlo perdere o di non saperlo usare appieno ed in modo giusto?

Maria Domenica Depalo

English version:

“Time, what the clocks quantify and measure, is something that consists of passing in. Time is, par excellence, what passes and the chronometers tell its passage: it is an incessant, indefatigable, inexorable passing: it never stops. It is a flow “. (from “Meditations of the Quixote” by J. Ortega y Gasset, Giunti Editori Naples, page 197)

Where do we place ourselves in this stream? Do we feel the flowing? Have we enough time to think about time but above all are we aware of being able to lose it and about the risk to waste it?

Maria Domenica Depalo

Quesito numero quarantotto

Quesito n. 48

Buongiorno amiche ed amici della filosofia,

oggi affrontiamo un tema delicato e complesso inerente una condizione purtroppo molto diffusa. Parliamo della solitudine, di quella che non è nostra per scelta ma che siamo costretti a vivere con dolore e dalla quale tentiamo di fuggire in qualsiasi modo. Ci riempiamo di impegni e compiti, corriamo a destra e a sinistra, ci circondiamo di persone, voci e rumori per sfuggirle ma essa continua ad albergare in noi come sentinella di quella mancanza che continua a tormentarci ogni giorno.

Come possiamo superare questo status quo? Intendiamoci, la solitudine può essere uno strumento proficuo per rigenerare se stessi. Tuttavia quando diventa una condizione che si subisce può diventare un tormento.

Quando ci sentiamo più soli? Come possiamo superare la solitudine? Credo che l’unica risposta ad entrambi i quesiti sia l’amore. Parlo di quello per se stessi ma anche per l’altro da sé. Cosa ne pensate?

Non ci fu più alcun mistero. Furono l’uno per l’altra. Nella solitudine furono insieme”, tratto da “Il dono e altri racconti”.
©MariaDomenicaDepalo

English version:

Good morning philosophers,

today we will talk about loneliness. Sometimes it is a voluntary choice, necessary to our identity and personal evolution but in other cases it’s a drama able to destroy and corrupt who suffers.

We sorround us with noises, sounds, voices and persons in order not to listen our solitude that screams loudly.

When does the loneliness appear to you? How do you fight it? I suppose that the best way to face it is love, love for yourself and for the others. Do you agree?

Maria Domenica Depalo

 

quesito numero quarantasette

Quesito n. 47

Buongiorno, amiche ed amici.

Siamo talmente presi dalle vicende quotidiane e dal susseguirsi incessante di impegni da dimenticare molto spesso noi stessi. Temiamo di non riuscire a portare a termine i nostri programmi e quindi corriamo, andiamo veloci e continuiamo a farlo dimenticando spesso e volentieri di prendere fiato.

Parole e suoni appaiono talvolta non armonia ma un groviglio di rumori dal quale dover fuggire per stare meglio e riscoprire se stessi.

“Il dramma degli uomini è non trovare mezz’ora di silenzio”, afferma Blaise Pascal, uno dei filosofi che preferisco, cogliendo appieno il valore primario del silenzio che è quello di essere fonte di riflessione.

Quale valore diamo al silenzio ma soprattutto la mancanza di suoni è sempre silenzio? Dove abita il silenzio?

Maria Domenica Depalo

English version

Good morning philosophers,

today we talk about silence and about its value in our life. We run so fastly everyday, directed to our purposes, goals and targets forgetting to slow down and to discover ourselves again or for the first time.

We are surrounded by so many sounds, words and noises we have to escape because they are obstacles to our ability to reflect about our person and about everyone and everything.

Blaise Pascal says, “The drama of men is not to find half an hour of silence”. I agree.

What kind of relation have you with silence? Where does it live?

Maria Domenica Depalo

 

quesito numero quarantasei

Quesito n. 46

Dopo una lunghissima pausa rieccoci con i nostri quesiti. Le domande costituiscono la parte più importante della nostra essenza perché grazie a loro ed al loro potenziale di risposte date o mancate, certe o incerte costruiamo chi siamo. Quindi non possiamo che ricominciare con i nostri interrogativi.

Partiamo da un pensiero espresso dallo scrittore norvegese, Jostein Gaarder, autore del bestseller “Il mondo di Sofia”, “L’enigma del solitario”, “La ragazza delle arance” e numerosi altri libri:

“Ma sognare qualcosa di improbabile ha un proprio nome. Lo chiamiamo speranza”.

Non avevo mai pensato di legare il concetto di speranza a quello di improbabilità. Spesso speriamo qualcosa perché riteniamo che sia “possibile” ma mai perché sia improbabile. Del resto ciò che è improbabile viene spesso associato a ciò che è impossibile.

Gaarder invece dà all’improbabilità un’accezione nuova, più positiva e propositiva vestendola di possibilità.

Voi che rapporto avete con la speranza? In cosa sperate? Dove abitano le vostre illusioni e disillusioni?

Maria Domenica Depalo

 

English version:

Here we are, again, with our questions after some days. The questions are probably the most important part of our essence. Infact they determine who we are, our features and play an important role during our personal evolution.

So let’s start with a thought expressed by the Norwegian writer, Jostein Gaarder, author of the bestseller “The world of Sofia”, “The enigma of the lonely”, “The girl of the oranges” and many other books:

“But dreaming something that is improbable has its own name. We call it hope”.

We often hope for something because we believe it could be “possible” but never because it is improbable. After all, what is improbable is often associated with what is impossible. Gaarder gives to the improbability a new meaning, more positive and proactive, linking it with possibilities.

What relationship have you with hope? What do you hope for? Where do your illusions and disillusions live?

Maria Domenica Depalo