Buone vacanze a tutti!

Buone vacanze a tutti!

Fuoritempofuoriluogo va in vacanza. Ci vediamo a gennaio per nuovi e interessanti articoli.
Buon Natale e buon anno! Nel frattempo, godetevi i nostri “vecchi” articoli.
Fuoritempofuoriluogo is on holiday. Stay tuned! We will be back soon! In the meanwhile, read our old articles and Happy Christmas and happy new year.
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Che paura! Le dieci fobie più strane.

Che paura! Le dieci fobie più strane.

La paura fa parte di noi. Provare tale emozione può salvarci da situazioni pericolose ed inquietanti. Tuttavia un’esagerazione esasperata delle paure può sfociare in vere e proprie fobie.

Vivere sopraffatti dal carico emotivo determinato da timori spesso irrazionali ed illogici può incidere sulla qualità della vita peggiorandola notevolmente. Allora cosa si può fare?

Prima di tutto bisogna identificare bene la tipologia di fobia. Solo conoscendo il proprio “nemico” sarà possibile trovare gli strumenti più giusti per sconfiggerlo. Una volta identificato l’avversario, è possibile ricorrere all’intervento di uno specialista che potrà trovare la soluzione più idonea alla risoluzione del problema.

Molte fobie infatti hanno radici profonde riconducibili al passato o ad eventi traumatici di cui spesso non si è del tutto consapevoli.

Partendo dal presupposto che le fobie siano “solo” centinaia su centinaia, noi ne osserveremo però appena dieci, sufficienti per comprendere il loro effetto, anche devastante, sulla vita dell’individuo soprattutto da un punto di vista relazionale.

  1. Hipopotomonstrosesquipedaliofobia: derivante dalle parole hipopotos (enorme), monstrum (mostro), sesquipedalis (lunghissimo) e phobia (paura), nota anche come sesquipedaliofobia, essa rappresenta la paura per le parole lunghe;
  2. Automatonofobia: di origine greca (deriva da automaton, automatico ed immediato), tale termine indica la paura per tutto ciò che appare umano ma non lo è, come le bambole ed i monumenti ad esempi;
  3. Afefobia: le origini di questo termine ci permettono di comprendere immediatamente di cosa parliamo. Afefobia deriva dal verbo greco apto che significa toccare e ovviamente da fobia, paura: si tratta quindi della paura del contatto fisico;
  4. Cromatofobia: chi è afflitto da questa fobia teme i colori;
  5. Allodoxafobia: questa parola è composta dall’aggettivo greco allos (altrui) e dal sostantivo doxa (opinione). Parliamo quindi del timore delle opinioni altrui;
  6. Numerofobia: decisamente interessante, in base all’etimologia del termine, possiamo affermare che è la fobia per i numeri e per ciò che è astratto;
  7. Clinofobia: tale termine, ottenuto dal verbo greco klino (inclinarsi) e fobia (paura) essa rappresenta l’irrazionale paura di addormentarsi connessa probabilmente all’atavico legame tra ipnos e thanatos, cioè tra sonno e morte;
  8. Ergofobia: è una fobia purtroppo molto diffusa, soprattutto in questo momento storico. Si tratta della paura di lavorare, come suggerisce l’etimologia del termine (ergon, lavoro);
  9. Singenesofobia: in questo caso parliamo di una fobia in molti casi decisamente comprensibile e giustificabile. Come si evince dall’etimologia del termine (sin= con, genesis= origine, fobia= paura) trattasi della paura dei parenti;
  10. Eleuterofobia: derivante dal termine greco eleutheria (libertà), tale lemma designa un timore irrazionale verso qualcosa dal quale la nostra stessa esistenza non può prescindere: la libertà.

E voi, quali paure irrazionali provate?

Link:

https://www.corriere.it/salute/cards/18-fobie-piu-assurde-cui-soffre-gente/cromatofobia_principale.shtml 

Maria Domenica Depalo

La solitudine e la riscoperta di sé

La solitudine e la riscoperta di sé

Qualche tempo fa abbiamo affrontato il tema della solitudine intesa come isolamento sociale. Ne abbiamo poi evidenziato la negatività parlando degli Hikikomori, persone di ogni età che volontariamente si allontanano dalla società anche per anni chiudendosi in loro stesse e nel loro mondo personale.
Oggi invece parleremo della solitudine sottolineandone gli aspetti positivi.

Presi da mille impegni, circondati da centinaia di persone che sembrano spesso soffocarci con la loro presenza ingombrante, sentiamo di avere bisogno di staccare da tutti e da tutto per ritrovare noi stessi.

Riscoprire noi stessi è fondamentale se non vogliamo essere fagocitati da una società che vuole vederci sempre efficienti e pronti all’azione.

Ecco perché ci concentreremo sulla solitudine vista come strumento di rigenerazione.

Studi recenti e pubblicati su “Personality and social psychology bulletin” dell’Università di Rochester dimostrano come un quarto d’ora al giorno di solitudine possa contribuire a rigenerare mente e corpo.

Stare soli con se stessi dando ai propri pensieri la possibilità di scorrere liberi permette alla propria mente di ‘respirare’ e di potersi esprimere senza quei confini che spesso siamo proprio noi stessi a costruire.

Tuttavia, la solitudine può anche far paura. Avere a che fare con se stessi ed i propri demoni non è facile. Ecco perché tendiamo a circondarci di persone, a coltivare molti interessi e ad oberarci volontariamente di compiti.

Temiamo il vuoto.

Essere soli invece va visto come la grande occasione di scoprire o riscoprire noi stessi, i nostri sogni, progetti e passioni ma anche a convivere con le nostre paure e brutture. Anche loro fanno parte di noi.

Che rapporto avete con la solitudine? Come la affrontate? La temete o la apprezzate?

Link:

https://fuoritempofuoriluogo.wordpress.com/2019/06/01/hikikomori-quando-isolarsi-diventa-una-scelta-volontaria/

https://www.huffingtonpost.it/2017/11/14/per-sentirsi-meglio-servono-15-minuti-al-giorno-in-totale-solitudine-secondo-uno-studio-scientifico_a_23276442/

https://www.curiositadallarete.it/2018/03/09/una-persona-che-impara-a-stare-bene-da-sola-non-si-accontenta-piu-della-compagnia-di-chiunque/

Maria Domenica Depalo

Come imparare una nuova lingua

Come imparare una nuova lingua

Nothing is impossible o Nihil difficile est: non potevamo che iniziare in questo modo questo articolo dedicato alla Giornata europea delle lingue che si celebra ogni anno il 26 settembre.

La prima espressione è scritta in inglese mentre la seconda in latino. Ma perché decidiamo di imparare una nuova lingua o di perfezionarne un’altra? Personalmente adoro esplorare nuove regole grammaticali, etimologie ed espressioni “strane” perché sono uno dei modi migliori per conoscere culture, tradizioni e altri tipi di vita diversi dai nostri.

Ma proviamo a scoprire in che modo imparare una nuova lingua. Ricordate: per imparare ma in generale per intraprendere qualsiasi tipo di attività bisogna possedere il sacro fuoco della curiosità. Privi di essa, tutto diventa più difficile.

Ecco le regole:

  1. Scegliete la lingua da imparare o migliorare;
  2. Trovate un libro di grammatica che sia il più chiaro possibile. È necessario conoscere le regole di una lingua. Se non le conosceste, potrebbe risultarvi difficile persino comprare una mela o prendere un caffè;
  3. Ascoltate! Ascoltate la musica o guardate video nella lingua che avete scelto. Provate a ripetere ciò che ascoltate;
  4. Svolgete esercizi, molti esercizi. Non abbiate paura di sbagliare: gli errori sono il modo migliore per imparare e migliorare;
  5. Usate internet per leggere notizie o seguite il vostro interesse nella lingua che volete imparare.
    Ma, soprattutto, non mollate mai. Ognuno ha i propri tempi. Non correte, procedete lentamente e gradualmente e raggiungerete il vostro obiettivo.

E voi? Quale lingua vorreste imparare?

Viel Spass! (È tedesco)

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Link:

http://www.bbc.co.uk/learningenglish/

https://www.youtube.com/channel/UCbxb2fqe9oNgglAoYqsYOtQ

https://www.youtube.com/user/magauchsein

https://www.youtube.com/user/Araboconmaha

https://youtu.be/wkjSBC-_bDA

Maria Domenica Depalo

How to learn a new language

How to learn a new language

Nothing is impossible or Nihil difficile est: I believe that these two expressions could represent in the best way the European Day of Languages that is celebrated every year the 26th of September.

Why do we decide to learn a new language or to improve another one we studied some years ago? There could be many other reasons.

Knowing a new language can help you to express what you need or feel when you are abroad. But personally I love exploring new grammar rules, etimologies and particular “strange” expressions or idioms because they are one of the best ways we have to know cultures, traditions and other types of life different from ours.

But let’s try to discover the best ways to learn a new language. Remember: the first thing to possess is curiousity. Without it, everything will be more difficult to realize.

Here you find the rules:

  1. Choose the language to learn or improve;
  2. Try to find the clearest grammar book. It’s necessary to know the rules. If you don’t know them, it could even be difficult to buy an apple or take a coffee;
  3. Listen! Listen to music or watch videos in the language you have chosen. Try to repeat what you listen;
  4. Do exercises, a lot of exercises. Don’t be afraid to make mistakes: they are the best ways to learn and improve;
  5. Use internet to read news or to follow your interest in the language you want to learn.

But, moreover, never give up. Everyone has a personal time. Don’t run, procede slowly and gradually and you will get your target.

And you? Which language would you try to learn?

Viel Spass! (It’s German)

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Link:

http://www.bbc.co.uk/learningenglish/

https://www.youtube.com/channel/UCbxb2fqe9oNgglAoYqsYOtQ

https://www.youtube.com/user/magauchsein

https://www.youtube.com/user/Araboconmaha

https://youtu.be/wkjSBC-_bDA

Maria Domenica Depalo

Il cibo come strumento di relazione

Il cibo come strumento di relazione

Condividere, ridere e parlare, aprirsi agli altri: gli esseri umani sono, per propria natura,  “animali” sociali dediti alla relazione con i propri simili. La qualità della relazione inoltre determina, da un punto di vista strettamente biochimico, il rilascio di endorfine, gli ormoni del benessere.

Le modalità e le occasioni per perpetuare questo stato di grazia sono innumerevoli. Oggi però ci concentreremo soltanto su una di queste: il cibo. Ci interrogheremo sulla verità del legame “cibo – condivisione – felicità”.

Partiamo da un sondaggio condotto dalla “Oxford Economics” condotto su un campione di 8250 individui le cui vite e rapporti umani sono stati analizzati in relazione proprio alle proprie modalità di consumo del cibo. Più precisamente l’indagine ha cercato di rispondere a questa semplice domanda: “Consumare il cibo in compagnia rende felici?”.

Apparentemente banale e dalla risposta ovvia, in realtà tale quesito ha posto l’accento anche sulla questione inversa: “Consumare il cibo da soli può rendere infelici?”.

A dire il vero, non è possibile rispondere in modo netto ed univoco ad entrambe le domande. Proviamoci però, cominciando dalla seconda. Nelle prossime settimane parleremo della solitudine evidenziando che, in caso di scelta volontaria e consapevole, essa può essere vista come un momento positivo di riscoperta e di rivalutazione della propria persona.

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Hikikomori: quando isolarsi diventa una scelta volontaria

Hikikomori: quando isolarsi diventa una scelta volontaria

L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele nella “Politica” sottolineando come l’intima natura umana sia relazionale. Tuttavia può accadere, in alcuni momenti della propria vita, di non volersi confrontare con l’altro da sé. È l’empasse della relazionabilità e del rapporto io – altro. A volersi allontanare dagli altri, scegliendo volontariamente di restare da soli, sono spesso ragazzi e ragazze nonché giovani adulti. Il loro isolamento può essere di poche settimane o persino di anni interi. Ma di cosa si tratta? Si tratta del fenomeno denominato Hikikomori .

Ad affrontare tale tema ultimamente è stato il Convegno di Rimini, organizzato dal Centro Studi Erickson che ne ha evidenziato la sempre più crescente drammaticità.

Partiamo dall’etimologia che ne evidenzia già il significato. “Hikikomori” vuol dire “stare in disparte, per conto proprio”. In particolare sembra che a scegliere di isolarsi siano principalmente i maschi, anche se il numero delle ragazze è in aumento.

Di origine giapponese, il fenomeno sta acquisendo una dimensione sempre più ampia, coinvolgendo anche l’Italia. Ovviamente le cifre sono differenti. Basti pensare che in Giappone ci sono oltre 500.000 casi mentre nel nostro paese forse 30.000 circa.

Gli Hikikomori sono spesso persone dalla spiccata intelligenza, ma anche introverse. Non sembrano infatti sufficientemente forti da affrontare le difficoltà e le problematiche quotidiane. Da ciò la loro chiusura fisica ma soprattutto emotiva.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e possono essere anche di origine familiare, come i difficili ed irrisolti rapporti con i propri genitori oltre agli episodi di bullismo a scuola e con i compagni.

Chiusi nelle loro stanze e con i loro smartphone a fungere da unica finestra sul mondo, spesso non sono pienamente consapevoli della propria situazione e la negano. Bisogna pertanto lavorare su quest’ultimo aspetto per cercare di cambiare la situazione individuale.

La dimensione umana della socialità del singolo va riscoperta e riportata in vita. È un processo lungo ma necessario e non può essere compiuto da solo. Fondamentale è quindi la presenza della famiglia, di psicologi ed educatori. Dovranno “incuriosire” l’isolato relativamente agli aspetti positivi del ritorno nel mondo di “fuori”. Questo non significa distruggere il mondo interiore ma “semplicemente” mostrare come sia possibile “estenderlo” integrandovi esperienze della realtà esterna.

Ma leggiamo un’intervista che il giovane Tsukasa Hatakeyama ha rilasciato raccontando come è tornato a confrontarsi con gli altri dopo ben ventinove anni di reclusione volontaria. Potete rileggere questa intervista nonché trovare altre informazioni concernenti il tema degli Hikikomori cliccando sul link indicato in basso.

“Sono tornato nella società un mese fa. Ho attraversato un periodo di sfiducia nei confronti dell’umanità dopo aver subito bullismo alle elementari e alle scuole medie. A 16 anni ho abbandonato la scuola solo tre mesi dopo l’iscrizione e ho trascorso i 29 anni successivi all’interno della mia casa. […]

Ho sempre pensato di uscire, di lavorare e di superare la mia difficoltà nel parlare con altre persone, ma non riuscivo a fare il primo passo perché non avevo idea di come sarebbe potuta andare.

Tre anni fa un assistente sociale cominciò a venire a casa mia portando dei volantini con i corsi disponibili in città[Fujisato, Giappone] . Inizialmente rifiutai qualsiasi cosa, sostenendo che fosse troppo difficile, o per il fatto che avevo paura a interagire con altre persone. Tuttavia, in seguito, cominciai a interessarmi a quello che accadeva in città. […]Data la mia passione per le auto, mi immaginai di poter fare il meccanico.

Alla fine la morte di mio padre mi costrinse a interrompere la reclusione. Circa una settimana dopo la sua morte, un assistente sociale venne a farmi visita. Mi fu subito chiesto se desideravo partecipare a un’esperienza lavorativa che si sarebbe tenuta nei giorni seguenti. Io risposi: “Sì, sì, verrò!”, ma ero preoccupato perché non avevo idea di cosa si trattasse.

Quando feci ritorno nella società mi sentii più leggero. Divenni meno irritabile. Il mondo attorno a me sembrava completamente differente. Sento come di aver perso qualcosa in questi 29 anni.” (tratto da http://www.hikikomoriitalia.it/)

Non aspettiamo ventinove anni per ritornare a vivere. La vita è un soffio e sprecarla tra le mura domestiche è davvero un peccato. Perché perdere l’occasione di arricchirsi personalmente o di arricchire il prossimo con la propria presenza?

Per informazioni:

http://www.hikikomoriitalia.it/p/chi-sono-gli-hikikomori.html

http://www.hikikomoriitalia.it/

https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/04/29/news/sindrome_di_hikikomori_quando_gli_adolescenti_diventano_vittime_della_tecnologia-225095895/

Maria Domenica Depalo

GIORNATA DELLA LENTEZZA

Giornata della lentezza

Corse contro il tempo, affanni e stress costellano le nostre giornate e soffocano le nostre personalità sempre più. Ma perché permettiamo tutto ciò? Non sarebbe meglio affrontare tutto con ritmi più pacati? In questo modo ognuno di noi apprezzarebbe meglio lo scandire delle ore, i profumi ed i colori che si susseguono nel corso della giornata che non verrebbe più vista come una corsa agli ostacoli o – peggio – come un tour de force.

Ecco spiegato in sintesi lo spirito della giornata della lentezza che viene festeggiata ogni anno, il 27 febbraio.

Soffermandoci sui nostri respiri, avremmo la possibilità di venire a contatto con il nostro Io più profondo, con i nostri sogni, desideri e aspirazioni e sicuramente anche le relazioni con il prossimo migliorerebbero molto.

Rapportandoci agli altri con calma, avremmo più tempo per osservare e riflettere sulle sfaccettature più intime e personali di chi ci circonda oltre che sulle nostre.

Imparare a vivere lentamente ci permetterebbe di riscoprire la presenza dell’altro ed il piacere della sua compagnia assaporandone la presenza.

L’associazione “Vivere con lentezza” propone delle regole che, se seguite, possono aiutare a vivere più serenamente e senza stress le nostre giornate.

Si tratta di regole di buon senso ma che spesso e volentieri ci dimentichiamo di seguire con la scusa del “Non c’è tempo! Abbiamo fretta!”.

Vediamone qualcuna, ma con calma!

1. Impostiamo un po’ prima la sveglia la mattina! Fare la colazione e gustarla lentamente prima di affrontare i nostri appuntamenti quotidiani può darci la giusta carica.

2.Evitare di correre dietro all’autobus e al treno da prendere: usciamo cinque minuti prima!

3. Non sovraccarichiamoci di impegni da affrontare nel corso della giornata. Concentriamoci su poche cose in modo da farle bene.
Ricordiamoci che abbiamo tempo a sufficienza per fare tutto e nel modo migliore. Basta organizzarsi per bene e metà del lavoro è fatto.

4. In nome della lentezza, concediamoci delle passeggiate rilassanti da soli o in compagnia delle persone giuste e riprendiamoci i nostri spazi.

5.Riscopriamo la bellezza di “attività lente” come la lettura di un libro, la scrittura o l’ascolto meditato di parole e musica seguendo i ritmi della natura.

Buona lentezza! 🐌
Se ne volete sapere di più:

Homepage

Ode alla lentezza

https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/02/26/news/giornata_della_lentezza_ecco_i_consigli_per_allontanare_lo_stress-220211879/

“Il cervello ha bisogno di lentezza”di Paola Scaccabarozzi in “Airone” n. 437 sett. 2017 anno 36

Maria Domenica Depalo

Art therapy: libri da colorare…per grandi

Art therapy: libri da colorare…per grandi

“Le parolacce non si dicono ma si colorano…”Che novità è questa? Colorare le parolacce? Da quando le regole del bon – ton sono cambiate? Come mai questa stranezza?  Direi di iniziare con delle foto giusto per introdurre questa novità. Pronti?

Avete presente quegli adorabili libri per bambini con le figure da colorare?

Avete presente i mandala?

Ora dimentichiamoli o meglio ripensiamo a loro in modo diverso partendo da una condizione abbastanza comune: la rabbia. Cosa succede quando siamo arrabbiati, stressati o ci sentiamo sopraffatti dal peso degli eventi della vita?

Ci sono vari modi di reagire alle situazioni della vita. Ad esempio, si può assumere un atteggiamento estremamente sereno ed imperturbabile cercando di affrontare le difficoltà con logica o razionalità. Tuttavia ci sono situazioni o momenti dinnanzi ai quali si reagisce in modo “differente”, usando le parolacce.

Premetto che a me personalmente non piace usarle e cerco di evitarle. Esprimere però ciò che sentiamo dentro è fondamentale per stare meglio e talvolta, per rilassarci, ci sono loro: gli insulti. Strano ma è così.

Come avete intuito, questa volta non sono da pronunciare ad alta voce ma da colorare con le tonalità che preferiamo maggiormente e che meglio rappresentano ciò che sentiamo in un determinato momento della nostra vita.

Ecco perché sono stati concepiti questi libri. Ne presentiamo qualche copertina solo per rendere l’idea. Voi che ne pensate? Secondo voi possono aiutare a scaricare ansie, tensioni e stress?

Link: https://instagram.com/procrasteetnobel?utm_source=ig_profile_share&igshid=kcai0fhh02dx

P. S. La fonte delle immagini di copertina dei libri è http://www.deejay.it. Per le altre è http://www.pixabay.com.

Maria Domenica Depalo

 

 

 

 

Empatia: l’io come l’altro

Empatia: l’io come l’altro

Cari lettori di fuoritempofuoriluogo,

oggi parliamo di empatia e, a tal proposito, ripropongo un mio vecchio articolo già pubblicato tempo fa su freewordsmagazine (un blog che vi consiglio di visitare).

In un mondo ed in una realtà che sembra spersonalizzare uomini, donne e persino bambini è necessario riscoprire ciò che ci rende umani. Questo articolo non ha alcuna particolare pretesa ma invita semplicemente alla riflessione e alla riscoperta della nostra vera ed autentica essenza: quella di esseri umani. Buona lettura o rilettura.

Empatia: l’io come l’altro

Uno dei termini più pronunciati ultimamente ma al contempo più oscuri è “empatia”.  Si tratta di una prerogativa apparentemente solo umana. Infatti è possibile rinvenirla, se pur in forme differenti,  anche nel mondo animale. Ma di cosa si tratta esattamente?

L’etimologia greca della parola può aiutare a coglierne la sostanza: en + pathos, nel dolore e sofferenza. L’empatia infatti corrisponde alla capacità di immedesimarsi nell’altro e di percepirne gli stati emotivi. Non si tratta semplicemente di capire ciò che va o non va nell’altro. L’empatia consiste nel cogliere ciò che l’altro sente pur mantenendo il necessario distacco.

Robert Vischer, studioso e teorico di estetica, verso la fine dell’Ottocento coniò questo termine che, originariamente, aveva però un’accezione differente. In estetica, indicava la capacità della fantasia umana di cogliere il valore simbolico della natura (cit.Wikipedia). L’estetico, per Vischer, era colui che riusciva a percepire la natura esterna come propria.

Tuttavia sarà il filosofo e psicologo tedesco Theodor Lipps a parlare per primo di empatia secondo l’uso corrente.

L’empatia, secondo studi recenti, è comprensione dell’altro attraverso l’osservazione e l’ascolto. Si tratta di porsi nei confronti del prossimo senza esprimere giudizi morali ma solo concentrandosi sui sentimenti e bisogni altrui.

C’è un meccanismo biologico alla sua base? In cosa consiste? Alcuni studiosi hanno a tal proposito osservato cellule speciali  denominate “neuroni-specchio”. Tali cellule sembrano attivarsi non solo quando si svolge un’azione ma anche quando la si osserva svolgersi. Si crea una sorta di “risonanza immediata”  (cit. dott. Andrea Epifani) che permette di comprendere immediatamente ciò che prova l’altro. L’emozione dell’altro diventa mia.

Tramite l’empatia è possibile “riconoscere nell’alterità qualcosa di simile a ciò che si muove in me” . Si tratta della “restituzione di uno sguardo” (parti tratte da http://www.fondazionepatriziopaoletti.org/news/238/tra_filosofia_e_neuroscienze_l_empatia_e_la_responsabilita.html).

Tuttavia è anche possibile educare all’empatia e rafforzarla a partire dall’infanzia e dal rapporto genitori – figli. I genitori possono, attraverso la sensibilità, mostrare ai bambini i valori dell’altruismo, dell’apertura verso l’altro e della comprensione. Il legame tra i genitori ed i piccoli può quindi contribuire allo sviluppo di una personalità empatica. La famiglia, la classe e gli amici possono essere determinanti nello sviluppo o meno di questa prerogativa di reciprocità emozionale.

L’incapacità di condividere i sentimenti, le sofferenze o le gioie con il prossimo rientrano invece nella dispatia.

Il professore Baron – Cohen ha sviluppato un test finalizzato a valutare la capacità di immedesimarsi nell’altro. Tramite il test, è stato rilevato che le donne sembrano essere più empatiche rispetto agli uomini. Questo non significa che gli uomini non siano in grado di comprendere gli stati emotivi. Semplicemente le donne probabilmente hanno una maggiore sensibilità. Ma si può sempre migliorare visto che l’empatia è una capacità dinamica e non statica.

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Se siete curiosi, è possibile svolgere questo test: http://bolognapsicologo.net/blog/reading-the-mind-in-the-eyes-test/

L’empatia è un modo non solo per conoscere l’altro  ma anche per sviluppare un senso di responsabilità verso il prossimo. Grazie ad essa è possibile cogliere le difficoltà dell’altro ed attuare delle strategie di azione a favore del prossimo. Divenendo altro, l’io, che è che in ognuno di noi, acquisisce una dimensione più ampia e totalizzante.

Per ulteriori informazioni:

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/05/20/empatia-lio-come-laltro/

https://fuoritempofuoriluogo.wordpress.com/2018/09/21/new-course-of-questions-the-empathy/

http://www.fondazionepatriziopaoletti.org/news/238/tra_filosofia_e_neuroscienze_l_empatia_e_la_responsabilita.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/empatia/

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Empatia

https://www.tesionline.it/mobile/tesi.jsp?idt=42914

http://bolognapsicologo.net/blog/reading-the-mind-in-the-eyes-test/

Maria Domenica Depalo