How to learn a new language

How to learn a new language

Nothing is impossible or Nihil difficile est: I believe that these two expressions could represent in the best way the European Day of Languages that is celebrated every year the 26th of September.

Why do we decide to learn a new language or to improve another one we studied some years ago? There could be many other reasons.

Knowing a new language can help you to express what you need or feel when you are abroad. But personally I love exploring new grammar rules, etimologies and particular “strange” expressions or idioms because they are one of the best ways we have to know cultures, traditions and other types of life different from ours.

But let’s try to discover the best ways to learn a new language. Remember: the first thing to possess is curiousity. Without it, everything will be more difficult to realize.

Here you find the rules:

  1. Choose the language to learn or improve;
  2. Try to find the clearest grammar book. It’s necessary to know the rules. If you don’t know them, it could even be difficult to buy an apple or take a coffee;
  3. Listen! Listen to music or watch videos in the language you have chosen. Try to repeat what you listen;
  4. Do exercises, a lot of exercises. Don’t be afraid to make mistakes: they are the best ways to learn and improve;
  5. Use internet to read news or to follow your interest in the language you want to learn.

But, moreover, never give up. Everyone has a personal time. Don’t run, procede slowly and gradually and you will get your target.

And you? Which language would you try to learn?

Viel Spass! (It’s German)

white paper with yeah signage

Photo by rawpixel.com on Pexels.com

Link:

http://www.bbc.co.uk/learningenglish/

https://www.youtube.com/channel/UCbxb2fqe9oNgglAoYqsYOtQ

https://www.youtube.com/user/magauchsein

https://www.youtube.com/user/Araboconmaha

https://youtu.be/wkjSBC-_bDA

Maria Domenica Depalo

Il cibo come strumento di relazione

Il cibo come strumento di relazione

Condividere, ridere e parlare, aprirsi agli altri: gli esseri umani sono, per propria natura,  “animali” sociali dediti alla relazione con i propri simili. La qualità della relazione inoltre determina, da un punto di vista strettamente biochimico, il rilascio di endorfine, gli ormoni del benessere.

Le modalità e le occasioni per perpetuare questo stato di grazia sono innumerevoli. Oggi però ci concentreremo soltanto su una di queste: il cibo. Ci interrogheremo sulla verità del legame “cibo – condivisione – felicità”.

Partiamo da un sondaggio condotto dalla “Oxford Economics” condotto su un campione di 8250 individui le cui vite e rapporti umani sono stati analizzati in relazione proprio alle proprie modalità di consumo del cibo. Più precisamente l’indagine ha cercato di rispondere a questa semplice domanda: “Consumare il cibo in compagnia rende felici?”.

Apparentemente banale e dalla risposta ovvia, in realtà tale quesito ha posto l’accento anche sulla questione inversa: “Consumare il cibo da soli può rendere infelici?”.

A dire il vero, non è possibile rispondere in modo netto ed univoco ad entrambe le domande. Proviamoci però, cominciando dalla seconda. Nelle prossime settimane parleremo della solitudine evidenziando che, in caso di scelta volontaria e consapevole, essa può essere vista come un momento positivo di riscoperta e di rivalutazione della propria persona.

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Hikikomori: quando isolarsi diventa una scelta volontaria

Hikikomori: quando isolarsi diventa una scelta volontaria

L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele nella “Politica” sottolineando come l’intima natura umana sia relazionale. Tuttavia può accadere, in alcuni momenti della propria vita, di non volersi confrontare con l’altro da sé. È l’empasse della relazionabilità e del rapporto io – altro. A volersi allontanare dagli altri, scegliendo volontariamente di restare da soli, sono spesso ragazzi e ragazze nonché giovani adulti. Il loro isolamento può essere di poche settimane o persino di anni interi. Ma di cosa si tratta? Si tratta del fenomeno denominato Hikikomori .

Ad affrontare tale tema ultimamente è stato il Convegno di Rimini, organizzato dal Centro Studi Erickson che ne ha evidenziato la sempre più crescente drammaticità.

Partiamo dall’etimologia che ne evidenzia già il significato. “Hikikomori” vuol dire “stare in disparte, per conto proprio”. In particolare sembra che a scegliere di isolarsi siano principalmente i maschi, anche se il numero delle ragazze è in aumento.

Di origine giapponese, il fenomeno sta acquisendo una dimensione sempre più ampia, coinvolgendo anche l’Italia. Ovviamente le cifre sono differenti. Basti pensare che in Giappone ci sono oltre 500.000 casi mentre nel nostro paese forse 30.000 circa.

Gli Hikikomori sono spesso persone dalla spiccata intelligenza, ma anche introverse. Non sembrano infatti sufficientemente forti da affrontare le difficoltà e le problematiche quotidiane. Da ciò la loro chiusura fisica ma soprattutto emotiva.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e possono essere anche di origine familiare, come i difficili ed irrisolti rapporti con i propri genitori oltre agli episodi di bullismo a scuola e con i compagni.

Chiusi nelle loro stanze e con i loro smartphone a fungere da unica finestra sul mondo, spesso non sono pienamente consapevoli della propria situazione e la negano. Bisogna pertanto lavorare su quest’ultimo aspetto per cercare di cambiare la situazione individuale.

La dimensione umana della socialità del singolo va riscoperta e riportata in vita. È un processo lungo ma necessario e non può essere compiuto da solo. Fondamentale è quindi la presenza della famiglia, di psicologi ed educatori. Dovranno “incuriosire” l’isolato relativamente agli aspetti positivi del ritorno nel mondo di “fuori”. Questo non significa distruggere il mondo interiore ma “semplicemente” mostrare come sia possibile “estenderlo” integrandovi esperienze della realtà esterna.

Ma leggiamo un’intervista che il giovane Tsukasa Hatakeyama ha rilasciato raccontando come è tornato a confrontarsi con gli altri dopo ben ventinove anni di reclusione volontaria. Potete rileggere questa intervista nonché trovare altre informazioni concernenti il tema degli Hikikomori cliccando sul link indicato in basso.

“Sono tornato nella società un mese fa. Ho attraversato un periodo di sfiducia nei confronti dell’umanità dopo aver subito bullismo alle elementari e alle scuole medie. A 16 anni ho abbandonato la scuola solo tre mesi dopo l’iscrizione e ho trascorso i 29 anni successivi all’interno della mia casa. […]

Ho sempre pensato di uscire, di lavorare e di superare la mia difficoltà nel parlare con altre persone, ma non riuscivo a fare il primo passo perché non avevo idea di come sarebbe potuta andare.

Tre anni fa un assistente sociale cominciò a venire a casa mia portando dei volantini con i corsi disponibili in città[Fujisato, Giappone] . Inizialmente rifiutai qualsiasi cosa, sostenendo che fosse troppo difficile, o per il fatto che avevo paura a interagire con altre persone. Tuttavia, in seguito, cominciai a interessarmi a quello che accadeva in città. […]Data la mia passione per le auto, mi immaginai di poter fare il meccanico.

Alla fine la morte di mio padre mi costrinse a interrompere la reclusione. Circa una settimana dopo la sua morte, un assistente sociale venne a farmi visita. Mi fu subito chiesto se desideravo partecipare a un’esperienza lavorativa che si sarebbe tenuta nei giorni seguenti. Io risposi: “Sì, sì, verrò!”, ma ero preoccupato perché non avevo idea di cosa si trattasse.

Quando feci ritorno nella società mi sentii più leggero. Divenni meno irritabile. Il mondo attorno a me sembrava completamente differente. Sento come di aver perso qualcosa in questi 29 anni.” (tratto da http://www.hikikomoriitalia.it/)

Non aspettiamo ventinove anni per ritornare a vivere. La vita è un soffio e sprecarla tra le mura domestiche è davvero un peccato. Perché perdere l’occasione di arricchirsi personalmente o di arricchire il prossimo con la propria presenza?

Per informazioni:

http://www.hikikomoriitalia.it/p/chi-sono-gli-hikikomori.html

http://www.hikikomoriitalia.it/

https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/04/29/news/sindrome_di_hikikomori_quando_gli_adolescenti_diventano_vittime_della_tecnologia-225095895/

Maria Domenica Depalo

GIORNATA DELLA LENTEZZA

Giornata della lentezza

Corse contro il tempo, affanni e stress costellano le nostre giornate e soffocano le nostre personalità sempre più. Ma perché permettiamo tutto ciò? Non sarebbe meglio affrontare tutto con ritmi più pacati? In questo modo ognuno di noi apprezzarebbe meglio lo scandire delle ore, i profumi ed i colori che si susseguono nel corso della giornata che non verrebbe più vista come una corsa agli ostacoli o – peggio – come un tour de force.

Ecco spiegato in sintesi lo spirito della giornata della lentezza che viene festeggiata ogni anno, il 27 febbraio.

Soffermandoci sui nostri respiri, avremmo la possibilità di venire a contatto con il nostro Io più profondo, con i nostri sogni, desideri e aspirazioni e sicuramente anche le relazioni con il prossimo migliorerebbero molto.

Rapportandoci agli altri con calma, avremmo più tempo per osservare e riflettere sulle sfaccettature più intime e personali di chi ci circonda oltre che sulle nostre.

Imparare a vivere lentamente ci permetterebbe di riscoprire la presenza dell’altro ed il piacere della sua compagnia assaporandone la presenza.

L’associazione “Vivere con lentezza” propone delle regole che, se seguite, possono aiutare a vivere più serenamente e senza stress le nostre giornate.

Si tratta di regole di buon senso ma che spesso e volentieri ci dimentichiamo di seguire con la scusa del “Non c’è tempo! Abbiamo fretta!”.

Vediamone qualcuna, ma con calma!

1. Impostiamo un po’ prima la sveglia la mattina! Fare la colazione e gustarla lentamente prima di affrontare i nostri appuntamenti quotidiani può darci la giusta carica.

2.Evitare di correre dietro all’autobus e al treno da prendere: usciamo cinque minuti prima!

3. Non sovraccarichiamoci di impegni da affrontare nel corso della giornata. Concentriamoci su poche cose in modo da farle bene.
Ricordiamoci che abbiamo tempo a sufficienza per fare tutto e nel modo migliore. Basta organizzarsi per bene e metà del lavoro è fatto.

4. In nome della lentezza, concediamoci delle passeggiate rilassanti da soli o in compagnia delle persone giuste e riprendiamoci i nostri spazi.

5.Riscopriamo la bellezza di “attività lente” come la lettura di un libro, la scrittura o l’ascolto meditato di parole e musica seguendo i ritmi della natura.

Buona lentezza! 🐌
Se ne volete sapere di più:

Homepage

Ode alla lentezza

https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/02/26/news/giornata_della_lentezza_ecco_i_consigli_per_allontanare_lo_stress-220211879/

“Il cervello ha bisogno di lentezza”di Paola Scaccabarozzi in “Airone” n. 437 sett. 2017 anno 36

Maria Domenica Depalo

Art therapy: libri da colorare…per grandi

Art therapy: libri da colorare…per grandi

“Le parolacce non si dicono ma si colorano…”Che novità è questa? Colorare le parolacce? Da quando le regole del bon – ton sono cambiate? Come mai questa stranezza?  Direi di iniziare con delle foto giusto per introdurre questa novità. Pronti?

Avete presente quegli adorabili libri per bambini con le figure da colorare?

Avete presente i mandala?

Ora dimentichiamoli o meglio ripensiamo a loro in modo diverso partendo da una condizione abbastanza comune: la rabbia. Cosa succede quando siamo arrabbiati, stressati o ci sentiamo sopraffatti dal peso degli eventi della vita?

Ci sono vari modi di reagire alle situazioni della vita. Ad esempio, si può assumere un atteggiamento estremamente sereno ed imperturbabile cercando di affrontare le difficoltà con logica o razionalità. Tuttavia ci sono situazioni o momenti dinnanzi ai quali si reagisce in modo “differente”, usando le parolacce.

Premetto che a me personalmente non piace usarle e cerco di evitarle. Esprimere però ciò che sentiamo dentro è fondamentale per stare meglio e talvolta, per rilassarci, ci sono loro: gli insulti. Strano ma è così.

Come avete intuito, questa volta non sono da pronunciare ad alta voce ma da colorare con le tonalità che preferiamo maggiormente e che meglio rappresentano ciò che sentiamo in un determinato momento della nostra vita.

Ecco perché sono stati concepiti questi libri. Ne presentiamo qualche copertina solo per rendere l’idea. Voi che ne pensate? Secondo voi possono aiutare a scaricare ansie, tensioni e stress?

Link: https://instagram.com/procrasteetnobel?utm_source=ig_profile_share&igshid=kcai0fhh02dx

P. S. La fonte delle immagini di copertina dei libri è http://www.deejay.it. Per le altre è http://www.pixabay.com.

Maria Domenica Depalo

 

 

 

 

Empatia: l’io come l’altro

Empatia: l’io come l’altro

Cari lettori di fuoritempofuoriluogo,

oggi parliamo di empatia e, a tal proposito, ripropongo un mio vecchio articolo già pubblicato tempo fa su freewordsmagazine (un blog che vi consiglio di visitare).

In un mondo ed in una realtà che sembra spersonalizzare uomini, donne e persino bambini è necessario riscoprire ciò che ci rende umani. Questo articolo non ha alcuna particolare pretesa ma invita semplicemente alla riflessione e alla riscoperta della nostra vera ed autentica essenza: quella di esseri umani. Buona lettura o rilettura.

Empatia: l’io come l’altro

Uno dei termini più pronunciati ultimamente ma al contempo più oscuri è “empatia”.  Si tratta di una prerogativa apparentemente solo umana. Infatti è possibile rinvenirla, se pur in forme differenti,  anche nel mondo animale. Ma di cosa si tratta esattamente?

L’etimologia greca della parola può aiutare a coglierne la sostanza: en + pathos, nel dolore e sofferenza. L’empatia infatti corrisponde alla capacità di immedesimarsi nell’altro e di percepirne gli stati emotivi. Non si tratta semplicemente di capire ciò che va o non va nell’altro. L’empatia consiste nel cogliere ciò che l’altro sente pur mantenendo il necessario distacco.

Robert Vischer, studioso e teorico di estetica, verso la fine dell’Ottocento coniò questo termine che, originariamente, aveva però un’accezione differente. In estetica, indicava la capacità della fantasia umana di cogliere il valore simbolico della natura (cit.Wikipedia). L’estetico, per Vischer, era colui che riusciva a percepire la natura esterna come propria.

Tuttavia sarà il filosofo e psicologo tedesco Theodor Lipps a parlare per primo di empatia secondo l’uso corrente.

L’empatia, secondo studi recenti, è comprensione dell’altro attraverso l’osservazione e l’ascolto. Si tratta di porsi nei confronti del prossimo senza esprimere giudizi morali ma solo concentrandosi sui sentimenti e bisogni altrui.

C’è un meccanismo biologico alla sua base? In cosa consiste? Alcuni studiosi hanno a tal proposito osservato cellule speciali  denominate “neuroni-specchio”. Tali cellule sembrano attivarsi non solo quando si svolge un’azione ma anche quando la si osserva svolgersi. Si crea una sorta di “risonanza immediata”  (cit. dott. Andrea Epifani) che permette di comprendere immediatamente ciò che prova l’altro. L’emozione dell’altro diventa mia.

Tramite l’empatia è possibile “riconoscere nell’alterità qualcosa di simile a ciò che si muove in me” . Si tratta della “restituzione di uno sguardo” (parti tratte da http://www.fondazionepatriziopaoletti.org/news/238/tra_filosofia_e_neuroscienze_l_empatia_e_la_responsabilita.html).

Tuttavia è anche possibile educare all’empatia e rafforzarla a partire dall’infanzia e dal rapporto genitori – figli. I genitori possono, attraverso la sensibilità, mostrare ai bambini i valori dell’altruismo, dell’apertura verso l’altro e della comprensione. Il legame tra i genitori ed i piccoli può quindi contribuire allo sviluppo di una personalità empatica. La famiglia, la classe e gli amici possono essere determinanti nello sviluppo o meno di questa prerogativa di reciprocità emozionale.

L’incapacità di condividere i sentimenti, le sofferenze o le gioie con il prossimo rientrano invece nella dispatia.

Il professore Baron – Cohen ha sviluppato un test finalizzato a valutare la capacità di immedesimarsi nell’altro. Tramite il test, è stato rilevato che le donne sembrano essere più empatiche rispetto agli uomini. Questo non significa che gli uomini non siano in grado di comprendere gli stati emotivi. Semplicemente le donne probabilmente hanno una maggiore sensibilità. Ma si può sempre migliorare visto che l’empatia è una capacità dinamica e non statica.

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Se siete curiosi, è possibile svolgere questo test: http://bolognapsicologo.net/blog/reading-the-mind-in-the-eyes-test/

L’empatia è un modo non solo per conoscere l’altro  ma anche per sviluppare un senso di responsabilità verso il prossimo. Grazie ad essa è possibile cogliere le difficoltà dell’altro ed attuare delle strategie di azione a favore del prossimo. Divenendo altro, l’io, che è che in ognuno di noi, acquisisce una dimensione più ampia e totalizzante.

Per ulteriori informazioni:

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2017/05/20/empatia-lio-come-laltro/

https://fuoritempofuoriluogo.wordpress.com/2018/09/21/new-course-of-questions-the-empathy/

http://www.fondazionepatriziopaoletti.org/news/238/tra_filosofia_e_neuroscienze_l_empatia_e_la_responsabilita.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/empatia/

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Empatia

https://www.tesionline.it/mobile/tesi.jsp?idt=42914

http://bolognapsicologo.net/blog/reading-the-mind-in-the-eyes-test/

Maria Domenica Depalo

 

Campioni della memoria

Campioni della memoria

“I ricordi caratterizzano l’individuo, determinandolo in ogni istante della sua vita. Tutti gli uomini ricordano, per quanto ognuno in misura ed in maniera differente, senza possibilità alcuna di sottrarsi all’atto stesso di ricordare e alle sue conseguenze. I ricordi influenzano il vivere quotidiano scandendone inesorabilmente ogni singolo istante dal momento che il passato che essi rappresentano non si limita semplicemente a raffigurare un “ciò che è stato”, ma è presenza viva e coinvolgente, tanto da determinare ed influenzare ogni uomo in ogni momento ed istante di vita”.

Perché questa lunga introduzione tratta dalla mia tesi? Semplicemente perché sono venuta a conoscenza dell’esistenza di un campionato italiano di memoria e ne sono rimasta affascinata. Inoltre il mio lavoro verte proprio sulla memoria e sulle sue caratteristiche: quindi perché non parlarne?

Persone di differenti nazionalità che hanno saputo sviluppare ed applicare tecniche ben precise di memorizzazione hanno partecipato alla sesta edizione di questo campionato tenuto a Milano e appena concluso.

Su cosa si sono sfidati questi Mental Athletes? Nomi, visi, parole e numeri sono stati oggetto del contendere. In un quarto d’ora andavano memorizzati e poi ricordati. Sembrava un’impresa impossibile: sembrava ma non lo è stata per loro.

Appurato che ci sono persone che nascono con una predisposizione naturale ad un’ottima memoria, tuttavia esistono tecniche ben precise che possono aiutare TUTTI a ricordare meglio e più a lungo. Ben lungi da “Sofia” il volersi sostituire agli esperti, tuttavia possiamo però richiamarne qualcuna. Pronti?

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Do you remember?

Do you remember?

“Everyone of us remembers, in a different and personal way, with no possibility of escaping from the memories and their consequences. Memories influence everyday life inexorably […] since the past that they represent isn’t only a present that was but it is a living and engaging presence, so much to determine and influence every man in every moment and instant of life”.

Why have I reported this long introduction taken from my thesis? Simply because I became aware of the existence of an Italian memory league and I was fascinated by it.

People of different nationalities able to develop and apply memorization techniques have taken part in the sixth edition of this championship held in Milan and just concluded. What have these Mental Athletes challenged on? Names, faces, words and numbers have been the object of this contest. In a quarter of an hour they were stored and then remembered. It seemed an impossible task: it seemed but it was not for them.

There are people born with a natural excellent memory. However there are techniques that can help EVERYONE to remember better and longer. Let’s discover some of them. Ready?

The first is the repetition. Hermann Ebbinghaus, a German psychologist and philosopher of the late nineteenth century, an expert in memory, “managed to prove that more time is dedicated to repeat something and more repetitions are carried out, greater is the possibility that such things remain in memory”. Try it! Start with a list containing a few words to memorize in a few minutes: read them carefully several times and fix them in your mind, repeating them. Then cover this list and write the words you remember.

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Identità e singolarità

Identità e singolarità

Io sono io e tu sei tu. Apparentemente è un’affermazione semplice. In realtà non lo è anche perché quell’io potrebbe diventare un tu e quel tu potrebbe divenire un io. Sembra un gioco linguistico invece parliamo di genetica e delle possibili implicazioni etiche e morali di una delle scoperte più straordinarie ed incredibili degli ultimi anni: la clonazione. Ma cerchiamo di capirci qualcosa.

Qualche tempo fa è apparsa la notizia della nascita di Zhong Zhong e Hua Hua. Si tratta di due scimmie identiche in tutto e per tutto a partire dal loro DNA. Vispe e in buona salute, tuttavia non sono gemelle ma cloni ottenuti in laboratorio attraverso metodiche che prevedono la “duplicazione del patrimonio genetico di una singola cellula o di un intero organismo” (cit. vedi giù)

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Ecco le scimmiette Zhong Zhong e Hua Hua intente a giocare allegramente. fonte dell’immagine: liberescelte.it

Gli scienziati asseriscono come la clonazione di primati non umani possa contribuire attivamente nelle ricerche su numerose patologie neurodegenerative  e quindi anche nella somministrazione di  terapie ad hoc.

Ma come non tenere conto del rischio della perdita dell’identità individuale, di ciò che ci distingue e caratterizza.

Ognuno di noi è diverso, la nostra singolarità è la nostra cifra distintiva. Ma cosa accadrebbe se per qualcuno la singolarità di una persona valesse più di quella di un’altra e si decidesse di riprodurla in serie in laboratorio? Che ne sarebbe della diversità e della varietà umane? Che ne sarebbe di quello che “non va bene”? Sembra uno scenario lontano ma il rischio sussiste e non va sottovalutato.

Personalmente ritengo che tutto quello che viene scoperto e messo in atto per il benessere di tutti sia da leggere in maniera positiva e propositiva. Tuttavia non ci può esimere dalla necessità di porre maggiore attenzione alle possibili implicazioni ed agli eventuali pericoli.

Voi cosa pensate della clonazione ma soprattutto del rischio di perdere la peculiarità dell’io? Condividete, se volete, il vostro pensiero con me e gli altri.

Grazie mille e buona lettura!

In basso trovate anche il link di freewords che vi conduce all’articolo della mia bravissima amica e collega Enza Bronzuoli.

Link:

http://www.filosofico.net/bioeticaclonaz.htm

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2018/01/31/clonate-due-scimmie/

Maria Domenica Depalo

 

Identity and singolarity

Identity and singolarity

I am me and you are you. Apparently it is a simple statement. In reality it is not  because that I” could become a “you” and that “you” could become an “I”. It seems a linguistic game. We are talking instead about genetics and the possible ethical and moral implications of one of the most extraordinary and incredible discoveries of these recent years: cloning. But let’s try to understand something.

Zhong Zhong and Hua Hua were born some weeks ago. We are talking about two nice and funny monkeys. However, they are not twins but clones obtained in a Chinese laboratory through methods that provide for the “duplication of the genetic heritage of a single cell or an entire organism” (see below).

liberescelte-it

Ecco le scimmiette Zhong Zhong e Hua Hua intente a giocare allegramente. fonte dell’immagine: liberescelte.it

The scientists assert that cloning non-human primates could actively contribute to the research of numerous neurodegenerative diseases and therefore also to the discovery of ad hoc therapies.

The advantages therefore would be numerous but we have to consider the risk of the loss of the individual identity, of what distinguishes and characterizes us.

Each of us is different, our singularity is our personal mark. But what could happen if somebody decided that someone’s uniqueness is worth more than someone else’s? What about human diversity and variety? What would happen to what “does not fit”? It seems like a distant scenario but the risk subsists and we shouldn’t underestimated it.

Personally I think that every discovery for the wellness and health of everyone is a blessing. However, we must think about  the possible implications and possible dangers.

What do you think about cloning and the risk to lose the personal identity? Share, if you want, your thoughts with me and the other readers and philosophers.

Thank you so much and enjoy reading!

On freewords you will find an interesting article about this argument written by my colleague and friend Enza Bronzuoli.

Other links:

http://www.filosofico.net/bioeticaclonaz.htm

https://freewordsmagazine.wordpress.com/2018/01/31/clonate-due-scimmie/ 

Maria Domenica Depalo